Ho scritto quanto segue il giorno 16 Agosto 2006 alle ore 9.14 , lo avevo scritto su un vecchio blog. Né io né Giovanna lo sapevamo a quel tempo, ma circa cinque giorni prima lei era rimasta nuovamente in cinta, circa un mese dopo purtroppo anche questa seconda gravidanza avrà un esito negativo.
Ieri stavo pranzando con una zuppa di bulgur e lenticchie, e ascoltavo un cd di De Gregori. Ho riascoltato un paio di volte Alice , una delle canzoni del cd. A quel punto sono scoppiato a piangere.
Io e Giovanna abbiamo provato ad avere un figlio per quattro anni, e poi alla fine dell’ autunno del 2005 finalmente era successo, Giovanna era rimasta in cinta. Io ero felice, compravo libri che spiegavano tutte le fasi dello sviluppo embrionale e cominciavo a selezionare quelli sui primi mesi di vita da acquistare in futuro. Cucinavo, calcolavo dosi quotidiane di vitamine, proteine, e tutte le altre cosine che mi venivano in mente… Di colpo non esisteva più niente altro se non Giovanna e il mio futuro figlio o figlia.
Ma il sogno è durato poco più di un mese. Ricordo la faccia formalmente contrita delle ginecologa alla seconda ecografia: “Mi dispiace davvero signora, ma purtroppo si è sviluppato solo il sacco vitellino, l’ embrione non c’è. Guardando le immagini della prima ecografia, probabilmente all’ inizio era iniziata come una gravidanza gemellare e poi qualcosa è andato storto. Dobbiamo ricoverarla qui in ospedale al più presto per farla abortire, altrimenti le verrà un aborto spontaneo, che è molto più doloroso di quello indotto da noi tramite il raschiamento”. Queste grossomodo le sue parole. Giovanna a pezzi. Io invece apparentemente avevo retto il colpo con stoica fermezza.
Il raschiamento doveva avvenire il giorno seguente all’ Ospedale Civile di Venezia. Ma poi Giovanna parlando con una sua amica si è convinta di cambiare ospedale e di andare fuori Venezia a Mestre, in uno dei due ospedali cittadini, quello più lontano per altro. Così abbiamo perso un giorno o due… e la natura ha deciso di fare da sola.
31 Dicembre 2005, verso la mezzanotte Giovanna comincia ad avere i primi dolori. La mattina sucessiva dobbiamo andare in ospedale per cui lei vuole aspettare fino all’ indomani. Ad un certo punto della notte i dolori sono sempre più forti, vado a vedere gli orari degli autubus, il primo è verso le 4 e qualcosa. Le dico andiamo in ospedale a Venezia, risposta, prendiamo un taxi “no, non abbiamo soldi. Va bene. Alle quattro ci muoviamo verso piazzale Roma. Lì aspettiamo il dannato autobus che non arriva. Fa freddo, Giovanna stà sempre più male, ad un certo punto la prendo tra le braccia, lei chiude gli occhi, improvvisamente sento il peso del suo corpo, stava svenendo tra le mie braccia. Le reggo, la adagio per terra e comincio a cercare di svegliarla, “Amore mi senti, svegliati, svegliati”. Lei riprende coscienza. Riesce ad alzarsi di nuovo. Cazzo di autobus di merda dove sei!!!
Basta prendiamo un taxi… ecco l’autobus, e va bene. In autubus la tenevo tra le braccia, c’erano forse due o tre persone oltre a noi, ricordo gli sguardi un poco schifati, sembravano dire quella deve essere una tossica, chssà se loro ricordano il mio di sguardo che sembrava dire “è mia moglie e sta male, non rompere i coglioni se no te ne pentirai”.
L’ autobus prima di arrivare nell’ ospedale dove voleva a tutti i costi andare Giovanna passava anche da un altro ospedale, l’ Ospedale Civile di Mestre. Dico a Giovanna, “senti qui c’è il Civile di Mestre, fermiamoci qui, ora che arriviamo all’ altro ci vorrà ancora mezz’ ora!”, “Si, non ce la faccio più”. Scendiamo, busso alla portineria dell’ ospedale e dico che mia moglie sta male e che la porto su al pronto soccorso, sopra la rampa. Camminamo, lei fa fatica, la sorreggo, dai mancano solo pochi passi.
Eccoci siamo dentro. Il portinaio arriva e sveglia l’ infermiera, il sistema reagisce… barella, ambulatorio, ginecologo, sangue, letto, riposo. Io seduto su una sedia al suo fianco. Per tutta la notte. La mattina la preparano per il giro visite e poi andrà in sala operatoria per il raschiamento. Io vado un attimo a casa. Il 2 Gennaio 2006 è già a casa. Tutto finito. Tutto, finito, anche nostro figlio.
Non avevo mai pianto per avere perso quello che avrebbe potuto essere mio figlio, o forse i miei figli in caso di parto gemellare. In fondo era solo un mucchietto di cellule che poteva diventare, ma non era diventato. Un aborto appunto. Ieri invece ho pianto, ascoltando la canzone, quando dice “ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa, non è così, che se ne andrà”. Ho pianto.
No, non è così, che me ne andrò.