Vorrei espandere il ragionamento svolto qui, e per farlo riprendo gli esempi:
(§3). “E’ giusto che un uomo o una donna, se lo vogliono e se trovano consensualità dall’altra parte, possano avere rapporti amorosi e sessuali con persone del loro medesimo genere”
(§4). “Secondo la dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica Romana all’anno 2007 d.C. è giusto che un uomo o una donna, se lo vogliono e se trovano consensualità dall’altra parte, possano avere rapporti amorosi e sessuali con persone del loro medesimo genere e questa loro unine venga riconosciuta attraverso il sacro vincolo del matrimonio”
La mia idea centrale è che esista una differenza tra le asserzioni del tipo dell’esempio (§3) che chiamo asserzioni etiche e quelle del tipo (§4) che chiamo asserzioni circa la realtà. E che tale differenza si celi in un’asimmetria:
mentre le asserzioni circa la realtà hanno appunto una realtà cui fare riferimento ed è perciò possibile stabilire se vi corrispondano oppure no (§4 è un esempio di assenza di corrispondenza), le asserzioni etiche non hanno alcun codice “naturale” iscritto chissà dove nella realtà cui corrispondere e non è perciò possibile classificarle come vere o false.
Questa asimmetria si riflette sul piano formale (anche se non è detto questo sia un criterio definitivo) nel fatto che è possibile trasformare le asserzioni etiche in prescrizioni o proibizioni mentre questo è impossibile per le asserzioni circa la realtà.
Nonostante ciò però, entrambi i tipi di asserzioni appaiono comunque formalmente come proposizioni e quindi sembra possibile derivare le une dalle altre, cioè sembra possibile prendere delle asserzioni circa la realtà (vere o false che siano per ora non importa) e derivarne delle asserzioni etiche, come nel seguente esempio:
“Esiste un Dio creatore” (asserzione circa la realtà)
& “Egli stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è” (asserzione circa la realtà, raccordo)
& “Egli ha stabilito che l’azione x è ingiusta” (asserzione circa la realtà, raccordo)
ERGO “l’azione x è ingiusta” (asserzione etica)
Nell’esempio tra parentesi ho distinto tra asserzioni circa la realtà ed asserzioni etiche, ho inoltre introdotto una sotto-classificazione delle prime (sotto-classe dei “raccordi”) che mi auguro sia intuitivamente chiara al lettore anche se non la spiegherò.
Sul piano meramente formale non credo ci siano problemi ad ammettere ragionamenti come quello dell’esempio più sopra, poiché sul piano meramente formale ad un’asserzione del tipo “Il comportamento x è giusto” è possibile attribuire un valore di verità dalla seguente coppia ordinata (F, V) oppure (0, 1). Ma questo a patto di svuotare i valori di verità di ogni “contenuto” reale come se la verità potesse essere scissa da ogni corrispondenza con la realtà, a quel punto però che verità sarebbe? Tanto varrebbe classificare le proposizioni in base ai valori (M, T) dove M sta per Minni e T per Topolino e poi definire le regole di calcolo per le operazioni tra Minni e Topolino.
Ora a mio avviso questo modo di procedere è errato perché non tiene conto della distinzione tra i due tipi di asserzioni e cerca di derivare asserzioni che non hanno alcun valore di verità, in quanto non vi è alcuna realtà cui farle corrispondere, da asserzioni che invece un tale valore l’hanno.
Ritengo inoltre che tale errore sia comune
__alle religioni, in cui il nucleo di asserzioni circa la realtà messe alla base dell’etica può riguardare un unico Dio, un insieme di Dei oppure principi impersonali come il karma dei buddhisti
__ai totalitarismi, in cui tale nucleo può riguardare la razza come nel caso del nazismo oppure le dinamiche economiche e sociali come nel caso del comunismo e che comunque in genere si accompagna all’esaltazione/deificazione del capo/tiranno di turno
__alla corrente dei diritti umani universali, fin tanto che questi diritti vengono presentati come costitutivi dell’essere umano in quanto tale e non come frutto di un consenso universale (tra gli umani almeno…) o che si auspica diventi tale.
Questo errore però nasce dal tentativo di risolvere un problema che si può enunciare con due domande (vedi post precedente):
(?2). Cosa è giusto?
(?3). Supponendo che sia possibile risolvere la domanda (?2) è possibile farlo in modo non-relativistico?
E riconoscere l’errore ovviamente non risolve il problema: mentre gli scienziati quando sono in disaccordo possono almeno in linea teorica pensare di ricorrere ad uno o più esperimenti più o meno cruciali per vedere quale delle loro teorie corrisponde alla realtà e quale no, tutti noi come possiamo uscire dal dilemma o dallo scontro quando applichiamo etiche differenti e divergenti?
Per ora l’unico modo sembra essere il consenso diffuso: anche se non pare che il giudizio verso certi comportamenti sia omogeneo e invariante rispetto al tempo, allo spazio, ai gruppi, agli individui, ecc. , comunque emergono delle tendenze prevalenti che durano il tempo sufficiente a consentire lo svolgersi di civiltà dotate di istituzioni temporaneamente stabili.
E’ possibile che a questo punto di possano muovere numerose obiezioni, a me ne viene in mente una: forse non si potrà basare l’etica su un qualche aspetto della realtà umana o universale ma comunque se si tortura un essere umano questo prova dolore e non vuole essere torturato e ritiene l’essere torturato come ingiusto ovunque egli sia o a qualsiasi cultura o gruppo appartenga. Vi son quindi dei tratti comuni al sentire umano che sono reali e che hanno implicazioni a livello etico che non si possono ignorare.
Etichetterò questa obiezione come “problema del comune sentire umano” e l’affronterò nel prossimo post.
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