Continua la mia esplorazione del territorio leghista avviata ieri. Il documento di riferimento della corrispondenza di oggi è la delibera del Parlamento del Nord del 2 Marzo 2008 sul federalismo. Il documento è suddiviso in quattro “capitoli”, che riprenderò a mia volta per organizzare l’analisi.

La presa d’atto

La prima parte del documento parte da alcuni dati di fatto, o almeno da quelli che vengono presentati come dati di fatto. Vediamoli in dettaglio.

[Il Parlamento del Nord prende atto] che il processo di disgregazione e di dissoluzione dello Stato nazionale, come aveva preconizzato il professor Gianfranco Miglio, procede a ritmi sempre più rapidi ed è ormai giunto al capolinea, per effetto dell’erosione della propria prerogativa esclusiva — la sovranità — dal basso, vale a dire a causa delle crescenti istanze di autonomia delle politiche regionali, e dall’alto, vale a dire a causa della progressiva ingerenza delle politiche dell’Unione europea nell’ambito delle sfere di competenza delle singole statualità

Sfortunatamente non conosco l’opera del prof.Miglio e non so dire se lo Stato nazionale di cui si parla sia solo lo Stato (nazionale) italiano o lo Stato nazionale in genere. Vediamo perciò entrambi i casi.

Lo Stato italiano è giunto al capolinea? Personalmente non ho simpatia per il nazionalismo ma nemmeno per lo storicismo2, cioè per il destino calato nella storia__a dire il vero sono profondamente critico verso l’idea di destino in ogni sua variante. Sinceramente non so se lo Stato nazionale italiano sia davvero finito, e soprattutto non so se questo sia inevitabile__a meno che non si agisca concretamente per farlo finire. Di sicuro non sta bene e in gran parte del territorio è assente o è presente in maniera così perversa da rendere un servizio più ai malavitosi e ai profittatori che ai cittadini onesti, e in questo senso concordo con quanto asserisce il Parlamento del Nord che, sul piano interno, lo Stato ha abdicato alla propria sovranità in molte realtà regionali e in plurime circostanze (le così dette — e ormai quotidianamente all’ordine del giorno — ‘emergenze’: rifiuti, immigrazione ecc.). Una cosa però la si potrebbe obiettare: uno Stato nazionale davvero forte in Italia non è mai propriamente esistito, non per lo meno come può essere esistito in Francia e Regno Unito. Quindi più che finito sembrerebbe non essere mai davvero iniziato.

Ribadisco comunque che non credo all’esistenza delle nazioni e non ritengo ci sia alcuna ragione valida per mantenere in piedi a tutti i costi gli Stati nazionali solo perché nazionali. Uno Stato è comunque qualcosa di dinamico che può trasformarsi nel tempo sulla base delle trasformazioni della società e la volontà dei suoi cittadini. Se è necessario uno Stato può a mio avviso essere diviso in più Stati o aggregato ad altri, dipende dai suoi cittadini, dalla loro volontà a dal loro interesse. Per tale ragione non alzerò un dito per difendere il totem dell’unità nazionale, ma, attenzione, nemmeno per difendere una supposta “nazione padana”. Facciamo gli Stati con la ragione, non con le nazioni.

Ma dall’Italia allarghiamo un attimo lo sguardo per comprendere il resto d’Europa. In Europa gli Stati nazionali sono in crisi? Credo proprio di si. Si pensi alle recenti vicende in Belgio, alle tensioni interne alla Germania per via degli squilibri tra ovest ed est, alla Spagna con le rivendicazioni dei baschi e dei catalani, al Regno Unito che, nonostante finalmente abbia potuto avviare le demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, comunque deve avere a che fare con le spinte indipendentiste scozzesi, e, seppur in tono minore, alla Francia con gli indipendentisti corsi. Ed è interessante notare come in quasi tutti i casi3 ciò sia collegato ad uno squilibrio economico di tipo territoriale, per cui regioni più ricche versano cospicui tributi a quelle più povere.

Ma che ruolo ha l’Unione Europea in tutto questo? Il documento leghista asserisce che l’euroregionalizzazione […] oggi costituisce un dato di fatto e alimenta l’affermazione delle identità culturali territoriali, che regioni ed Unione trovano ormai ampi margini di dialogo politico senza la mediazione dello Stato centrale nazionale, con l’Unione orientata ad accordare progressivi margini di autonomia alle unità regionali interne ai singoli Stati.

Ora non sono certo che l’orientamento attuale dell’Unione Europea sia proprio questo, per lo meno non in maniera così radicale come potrebbe apparire dal documento citato. Di certo alla base dell’Unione Europea, nel pensiero dei suoi fondatori, c’era una profonda critica del nazionalismo. Penso ad esempio al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. E sicuramente cercare di favorire ogni forma di cooperazione cross-border fa parte di una politica Europea volta ad abbattere confini e recinti nazionali. Tuttavia rimane il fatto che la politica europea si fa in Commissione e in Parlamento, ma anche e non marginalmente in Consiglio, dove siedono i rappresentati dei governi nazionali, con tutti i limiti di ciò e di un’Europa federale per ora incompiuta.

E nel resto del mondo? Anche a questo livello ci sono elementi di tensione centro-periferia, penso alla Cina (vedi Tibet, Uigur, Mongolia Interna, Taiwan, Hong Kong), alla Russia (vedi Cecenia), ma sembra che ciò avvenga soprattutto negli Stati più rigidi dove non c’è democrazia e soprattutto non c’è una struttura federale. Non mi pare per esempio che esista un problema di dissoluzione statuale negli Stati Uniti, in Brasile o, con qualche precisazione, in India4, per citare solo gli Stati più grandi in cui è più facile si manifestino squilibri territoriali__effettivamente ho citato tutti Stati federali…

Ma torniamo all’Italia, l’ultima presa d’atto del documento leghista è la seguente.

a partire dai primi anni Novanta — dallo studio della Fondazione Agnelli del 1992 e dall’elaborazione del progetto politico federale proposto dal professor Gianfranco Miglio — è sotto gli occhi di tutti la suddivisione del Paese in tre grandi unità regionali, omogenee e assai affini dal punto di vista economico, sociale e culturale, come recentemente riconosciuto, per esempio, dall’Osservatorio del Nord-Ovest (non certo tacciabile di ‘simpatie’ leghiste)

Purtroppo non ho sufficienti conoscenze socio-economiche per poter affrontare compiutamente questo tema (come molti altri…). Di certo mi piacerebbe se ne parlasse di più. Questo è un punto fondamentale per l’intero ragionamento. Intuitivamente concordo che esistano tali differenze, e non solo intuitivamente soprattutto dopo avere scoperto che nell’indagine OCSE - Pisa l’Italia ha un punteggio inferiore alla media dei paesi industrializzati quando i dati sono aggregati, ma se li scomponiamo scopriamo che le scuole dell’Italia del nord sono perfettamente nella media. Ma non bastano uno o due studi per supportare o confutare questo argomento, esso è l’architrave portante dell’intera richiesta di riforme successive e dovrebbe essere a mio avviso il primo argomento di un autentico, approfondito, serio, dibattito nazionale

L’auspicio

Date tutte le premesse la prima conclusione che il documento in analisi trae è l’auspicio per una definitiva archiviazione del decentramento — per la verità piuttosto blando e, comunque, insoddisfacente — che ha caratterizzato e scandito la vita istituzionale del Paese nell’ultimo decennio, in favore di un autentico federalismo

E qui emerge uno degli elementi secondo me centrali della Lega: la radicalità (ancor prima che il radicamento). Pur essendo un movimento che si colloca nello schieramento di centro-destra, che dovrebbe essere quello “conservatore”, la Lega auspica riforme radicali. Certo per alcuni sono contro-riforme che riporterebbero l’Italia indietro agli anni bui precedenti l’unificazione, ma non è così per chi ha scritto il documento in analisi che vede una riforma federale radicale come un elemento di modernità, qualcosa in perfetto accordo con i tempi.

Lo strumento1

Lo strumento per realizzare la riforma radicale, quasi una sovversione dell’ordinamento statuale vigente (e infatti si parla di grimaldello per far ‘saltare’ il sistema centralista) è il Senato federale con senatori eletti dalle varie regioni in proporzione agli abitanti. Si noti che qui si parla ancora delle regioni come le conosciamo noi oggi e il modello di riferimento è il Budesrat tedesco.

Parallelamente poi si chiede la soppressione delle prefetture. Certo, a questo punto una richiesta coerente… anche se si potrebbe obiettare che togliere al Ministero dell’Interno proprio uno dei suoi canali di presenza territoriale, proprio quella di cui si lamenta l’assenza, forse non è un’ottima idea… ma ripeto nella visione leghista è coerente, soprattutto coerente con quanto segue.

La proposta

la suddivisione del territorio della Repubblica italiana in tre Euroregioni, che rappresentano la più funzionale articolazione territoriale sulla quale fondare il nuovo Stato federale. Le prerogative e le funzioni di ogni Consiglio euroregionale e di ogni Governo euroregionale, nei loro rapporti con il Governo federale della Repubblica e con l’Ue, sono demandate alla necessaria e radicale riforma costituzionale — che si configura, dunque, come un vero e proprio patto federale — connessa a questo progetto; riforma che dovrà ispirarsi al riconoscimento e all’istituzionalizzazione della ‘diversità’ economica, sociale e culturale, alle quali lo Stato federale garantirà adeguata tutela ed espressione, delle euroregioni, a esse accordando una sovranità esclusiva, vale a dire la libertà, intesa come autonomia e autogoverno, in termini di potere legislativo, amministrativo, giudiziario. Le tre euroregioni, così federate, saranno rappresentate dal Senato federale.

Quindi parliamo di tre formazioni territoriali, che avranno esclusiva sovranità legislativa, esecutiva e giudiziaria, cui lo Stato federale deve garantire il riconoscimento della diversità, economica, sociale e culturale. Inoltre si afferma che tale organizzazione è la più funzionale sulla quale fondare il nuovo Stato, non più nazionale ma federale, appunto.

Siamo quindi alle tre Italie: l’Italia del Nord, l’Italia Centrale e l’Italia del Sud. Ma esistono davvero queste tre Italie? La loro organizzazione in Stati quasi indipendenti è davvero la più funzionale? Se queste tre Italie avranno davvero totale sovranità in campo legislativo, amministrativo e giudiziario, che farà lo Stato federale? Quali poteri, compiti, quale giurisdizione gli sarà affidata delle sue componenti? Per ora lascio gli interrogativi aperti e mi fermo qui.


1 Il testo originario diceva Individua, sotto inteso il Parlamento del Nord come soggetto. Ma “individuazione” non rendeva bene l’idea di ciò che secondo me era centrale nei paragrafi seguenti.
2 Per una critica approfondita si legga Karl Popper, The Poverty of Historicism (1957).
3 Meno cioè la Corsica e la Scozia, anche se in questo secondo caso comunque non si tratta solo di storia o di ritorno al passato in quanto nel piatto stanno anche i proventi ricavati dall’estrazione del petrolio.
4 Penso al problema del Kashmir, ma in questo caso non si tratta di un vero movimento indipendentista quanto piuttosto di un pezzo di territorio che vorrebbe staccarsi da uno Stato per confluire in un altro.

The discussion is open, but no one has taken the first step yet... Oh! For heaven's sake, start saying something Janet!

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