Nella mia corrispondenza del 2008-01-23 e in quella del 2008-01-26 ho introdotto una teoria che credo si potrebbe riassumere correttamente nel modo seguente.

Esistono asserzioni che descrivono la realtà oggettiva e quindi possono essere distinte in vere o false in base a che corrispondano o meno a tale realtà. Esistono poi asserzioni che esprimono un giudizio etico su qualcosa e che, nonostante abbiano anch’esse la forma di proposizioni, e quindi siano sempre state confuse nei ragionamenti con le asserzioni circa la realtà, in verità esse non hanno alcuna realtà oggettiva di riferimento ma sono invece legate all’etica soggettiva.

Questa mia teoria molto semplice, che è un insieme di asserzioni circa la realtà, ha alcune conseguenze importanti. La prima è legata al ragionamento: non è sufficiente calcolare la correttezza di un ragionamento solo basandosi sulla sua forma sintattica, ma è necessario introdurre un elemento semantico che distingua tra asserzioni circa la realtà e asserzioni etiche, per lo meno finché intendiamo i valori di verità come valori di corrispondenza con la realtà, con i fatti. La seconda è che non esiste una base oggettiva sulla quale raggiungere un accordo sull’etica.

Questa seconda conseguenza, potrebbe essere in qualche modo messa in discussione se si scoprisse che tutti gli esseri umani giudicano come giusto un certo evento od una certa azione, indipendentemente dalla cultura, età, epoca in cui vivono, ecc. Si potrebbe anche scoprire che in qualche modo esiste una base biologica che porta tutti gli esseri umani a giudicare quel particolare evento o quella particolare azione come giusta (o sbagliata).

Se si scoprisse qualcosa del genere di certo sarebbe un progresso importante, anche se non credo la teoria ne verrebbe davvero confutata.

Poniamo sia dato un certo fatto A e poniamo inoltre che tutti gli esseri umani asseriscano di comune accordo che A è giusto. Vediamo le asserzioni coinvolte: abbiamo un’asserzione etica “A è giusto”, e un’asserzione circa la realtà “Tutti gli esseri umani sono concordi nell’affermare che A è giusto”.
Poniamo ora che si scopra un giorno che tutti gli esseri umani sono concordi nell’affermare che A è giusto, perché hanno un gene comune che li porta ad essere d’accordo, e inoltre se tale gene non è presente in doppia copia sia nell’ovulo che nel seme al momento della fecondazione essa non avviene.
Si sarebbe in questo caso scoperta una base oggettiva per l’etica?

La mia risposta è no, si sarebbe solo scoperta la “base” oggettiva per cui tutti noi formuliamo un medesimo giudizio etico su un medesimo fatto, cioè la base oggettiva del nostro essere d’accordo, non la base oggettiva del contenuto del nostro accordo: sarebbe vero che tutti siamo d’accordo nel giudicare giusto quel fatto e sarebbe vero che tutti siamo s’accordo in questo perché abbiamo una comune base biologica che determina il nostro giudizio, ma non sarebbe lecito affermare che quel giudizio è vero, cioè corrispondente ad una qualche realtà oggettiva, ad qualche tavola della legge inscritta chissà dove nell’universo, non sarebbe lecito dire che quel fatto è davvero giusto.

Detto questo ritengo tuttavia abbastanza plausibile che un tale accordo universale1 su ciò che è giusto e sbagliato sia un’ipotesi piuttosto fantasiosa… E credo ne sia in qualche modo una prova il fatto che storicamente l’essere umano ha costantemente cercato di creare consenso circa un certo sistema etico ricorrendo al principio di autorità, fosse essa un’autorità trascendente (come nel caso delle divinità o di leggi etiche universali come il karma) o immanente (come nel caso della volontà del sovrano, re o popolo che fosse), spesso accompagnato dalla legittimazione dell’uso della forza per la repressione dei comportamenti giudicati, appunto, sbagliati.


1 Io mi sono limitato nel costruire l’ipotesi ad un consenso comune a tutti gli esseri umani, ma si potrebbe estendere la classe di riferimento a tutti i viventi.

Continua la mia esplorazione del territorio leghista avviata ieri. Il documento di riferimento della corrispondenza di oggi è la delibera del Parlamento del Nord del 2 Marzo 2008 sul federalismo. Il documento è suddiviso in quattro “capitoli”, che riprenderò a mia volta per organizzare l’analisi.

La presa d’atto

La prima parte del documento parte da alcuni dati di fatto, o almeno da quelli che vengono presentati come dati di fatto. Vediamoli in dettaglio.

[Il Parlamento del Nord prende atto] che il processo di disgregazione e di dissoluzione dello Stato nazionale, come aveva preconizzato il professor Gianfranco Miglio, procede a ritmi sempre più rapidi ed è ormai giunto al capolinea, per effetto dell’erosione della propria prerogativa esclusiva — la sovranità — dal basso, vale a dire a causa delle crescenti istanze di autonomia delle politiche regionali, e dall’alto, vale a dire a causa della progressiva ingerenza delle politiche dell’Unione europea nell’ambito delle sfere di competenza delle singole statualità

Sfortunatamente non conosco l’opera del prof.Miglio e non so dire se lo Stato nazionale di cui si parla sia solo lo Stato (nazionale) italiano o lo Stato nazionale in genere. Vediamo perciò entrambi i casi.

Lo Stato italiano è giunto al capolinea? Personalmente non ho simpatia per il nazionalismo ma nemmeno per lo storicismo2, cioè per il destino calato nella storia__a dire il vero sono profondamente critico verso l’idea di destino in ogni sua variante. Sinceramente non so se lo Stato nazionale italiano sia davvero finito, e soprattutto non so se questo sia inevitabile__a meno che non si agisca concretamente per farlo finire. Di sicuro non sta bene e in gran parte del territorio è assente o è presente in maniera così perversa da rendere un servizio più ai malavitosi e ai profittatori che ai cittadini onesti, e in questo senso concordo con quanto asserisce il Parlamento del Nord che, sul piano interno, lo Stato ha abdicato alla propria sovranità in molte realtà regionali e in plurime circostanze (le così dette — e ormai quotidianamente all’ordine del giorno — ‘emergenze’: rifiuti, immigrazione ecc.). Una cosa però la si potrebbe obiettare: uno Stato nazionale davvero forte in Italia non è mai propriamente esistito, non per lo meno come può essere esistito in Francia e Regno Unito. Quindi più che finito sembrerebbe non essere mai davvero iniziato.

Ribadisco comunque che non credo all’esistenza delle nazioni e non ritengo ci sia alcuna ragione valida per mantenere in piedi a tutti i costi gli Stati nazionali solo perché nazionali. Uno Stato è comunque qualcosa di dinamico che può trasformarsi nel tempo sulla base delle trasformazioni della società e la volontà dei suoi cittadini. Se è necessario uno Stato può a mio avviso essere diviso in più Stati o aggregato ad altri, dipende dai suoi cittadini, dalla loro volontà a dal loro interesse. Per tale ragione non alzerò un dito per difendere il totem dell’unità nazionale, ma, attenzione, nemmeno per difendere una supposta “nazione padana”. Facciamo gli Stati con la ragione, non con le nazioni.

Ma dall’Italia allarghiamo un attimo lo sguardo per comprendere il resto d’Europa. In Europa gli Stati nazionali sono in crisi? Credo proprio di si. Si pensi alle recenti vicende in Belgio, alle tensioni interne alla Germania per via degli squilibri tra ovest ed est, alla Spagna con le rivendicazioni dei baschi e dei catalani, al Regno Unito che, nonostante finalmente abbia potuto avviare le demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, comunque deve avere a che fare con le spinte indipendentiste scozzesi, e, seppur in tono minore, alla Francia con gli indipendentisti corsi. Ed è interessante notare come in quasi tutti i casi3 ciò sia collegato ad uno squilibrio economico di tipo territoriale, per cui regioni più ricche versano cospicui tributi a quelle più povere.

Ma che ruolo ha l’Unione Europea in tutto questo? Il documento leghista asserisce che l’euroregionalizzazione […] oggi costituisce un dato di fatto e alimenta l’affermazione delle identità culturali territoriali, che regioni ed Unione trovano ormai ampi margini di dialogo politico senza la mediazione dello Stato centrale nazionale, con l’Unione orientata ad accordare progressivi margini di autonomia alle unità regionali interne ai singoli Stati.

Ora non sono certo che l’orientamento attuale dell’Unione Europea sia proprio questo, per lo meno non in maniera così radicale come potrebbe apparire dal documento citato. Di certo alla base dell’Unione Europea, nel pensiero dei suoi fondatori, c’era una profonda critica del nazionalismo. Penso ad esempio al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. E sicuramente cercare di favorire ogni forma di cooperazione cross-border fa parte di una politica Europea volta ad abbattere confini e recinti nazionali. Tuttavia rimane il fatto che la politica europea si fa in Commissione e in Parlamento, ma anche e non marginalmente in Consiglio, dove siedono i rappresentati dei governi nazionali, con tutti i limiti di ciò e di un’Europa federale per ora incompiuta.

E nel resto del mondo? Anche a questo livello ci sono elementi di tensione centro-periferia, penso alla Cina (vedi Tibet, Uigur, Mongolia Interna, Taiwan, Hong Kong), alla Russia (vedi Cecenia), ma sembra che ciò avvenga soprattutto negli Stati più rigidi dove non c’è democrazia e soprattutto non c’è una struttura federale. Non mi pare per esempio che esista un problema di dissoluzione statuale negli Stati Uniti, in Brasile o, con qualche precisazione, in India4, per citare solo gli Stati più grandi in cui è più facile si manifestino squilibri territoriali__effettivamente ho citato tutti Stati federali…

Ma torniamo all’Italia, l’ultima presa d’atto del documento leghista è la seguente.

a partire dai primi anni Novanta — dallo studio della Fondazione Agnelli del 1992 e dall’elaborazione del progetto politico federale proposto dal professor Gianfranco Miglio — è sotto gli occhi di tutti la suddivisione del Paese in tre grandi unità regionali, omogenee e assai affini dal punto di vista economico, sociale e culturale, come recentemente riconosciuto, per esempio, dall’Osservatorio del Nord-Ovest (non certo tacciabile di ‘simpatie’ leghiste)

Purtroppo non ho sufficienti conoscenze socio-economiche per poter affrontare compiutamente questo tema (come molti altri…). Di certo mi piacerebbe se ne parlasse di più. Questo è un punto fondamentale per l’intero ragionamento. Intuitivamente concordo che esistano tali differenze, e non solo intuitivamente soprattutto dopo avere scoperto che nell’indagine OCSE - Pisa l’Italia ha un punteggio inferiore alla media dei paesi industrializzati quando i dati sono aggregati, ma se li scomponiamo scopriamo che le scuole dell’Italia del nord sono perfettamente nella media. Ma non bastano uno o due studi per supportare o confutare questo argomento, esso è l’architrave portante dell’intera richiesta di riforme successive e dovrebbe essere a mio avviso il primo argomento di un autentico, approfondito, serio, dibattito nazionale

L’auspicio

Date tutte le premesse la prima conclusione che il documento in analisi trae è l’auspicio per una definitiva archiviazione del decentramento — per la verità piuttosto blando e, comunque, insoddisfacente — che ha caratterizzato e scandito la vita istituzionale del Paese nell’ultimo decennio, in favore di un autentico federalismo

E qui emerge uno degli elementi secondo me centrali della Lega: la radicalità (ancor prima che il radicamento). Pur essendo un movimento che si colloca nello schieramento di centro-destra, che dovrebbe essere quello “conservatore”, la Lega auspica riforme radicali. Certo per alcuni sono contro-riforme che riporterebbero l’Italia indietro agli anni bui precedenti l’unificazione, ma non è così per chi ha scritto il documento in analisi che vede una riforma federale radicale come un elemento di modernità, qualcosa in perfetto accordo con i tempi.

Lo strumento1

Lo strumento per realizzare la riforma radicale, quasi una sovversione dell’ordinamento statuale vigente (e infatti si parla di grimaldello per far ‘saltare’ il sistema centralista) è il Senato federale con senatori eletti dalle varie regioni in proporzione agli abitanti. Si noti che qui si parla ancora delle regioni come le conosciamo noi oggi e il modello di riferimento è il Budesrat tedesco.

Parallelamente poi si chiede la soppressione delle prefetture. Certo, a questo punto una richiesta coerente… anche se si potrebbe obiettare che togliere al Ministero dell’Interno proprio uno dei suoi canali di presenza territoriale, proprio quella di cui si lamenta l’assenza, forse non è un’ottima idea… ma ripeto nella visione leghista è coerente, soprattutto coerente con quanto segue.

La proposta

la suddivisione del territorio della Repubblica italiana in tre Euroregioni, che rappresentano la più funzionale articolazione territoriale sulla quale fondare il nuovo Stato federale. Le prerogative e le funzioni di ogni Consiglio euroregionale e di ogni Governo euroregionale, nei loro rapporti con il Governo federale della Repubblica e con l’Ue, sono demandate alla necessaria e radicale riforma costituzionale — che si configura, dunque, come un vero e proprio patto federale — connessa a questo progetto; riforma che dovrà ispirarsi al riconoscimento e all’istituzionalizzazione della ‘diversità’ economica, sociale e culturale, alle quali lo Stato federale garantirà adeguata tutela ed espressione, delle euroregioni, a esse accordando una sovranità esclusiva, vale a dire la libertà, intesa come autonomia e autogoverno, in termini di potere legislativo, amministrativo, giudiziario. Le tre euroregioni, così federate, saranno rappresentate dal Senato federale.

Quindi parliamo di tre formazioni territoriali, che avranno esclusiva sovranità legislativa, esecutiva e giudiziaria, cui lo Stato federale deve garantire il riconoscimento della diversità, economica, sociale e culturale. Inoltre si afferma che tale organizzazione è la più funzionale sulla quale fondare il nuovo Stato, non più nazionale ma federale, appunto.

Siamo quindi alle tre Italie: l’Italia del Nord, l’Italia Centrale e l’Italia del Sud. Ma esistono davvero queste tre Italie? La loro organizzazione in Stati quasi indipendenti è davvero la più funzionale? Se queste tre Italie avranno davvero totale sovranità in campo legislativo, amministrativo e giudiziario, che farà lo Stato federale? Quali poteri, compiti, quale giurisdizione gli sarà affidata delle sue componenti? Per ora lascio gli interrogativi aperti e mi fermo qui.


1 Il testo originario diceva Individua, sotto inteso il Parlamento del Nord come soggetto. Ma “individuazione” non rendeva bene l’idea di ciò che secondo me era centrale nei paragrafi seguenti.
2 Per una critica approfondita si legga Karl Popper, The Poverty of Historicism (1957).
3 Meno cioè la Corsica e la Scozia, anche se in questo secondo caso comunque non si tratta solo di storia o di ritorno al passato in quanto nel piatto stanno anche i proventi ricavati dall’estrazione del petrolio.
4 Penso al problema del Kashmir, ma in questo caso non si tratta di un vero movimento indipendentista quanto piuttosto di un pezzo di territorio che vorrebbe staccarsi da uno Stato per confluire in un altro.

On my 2008-04-15T21:05:36Z post I set a basic theory of the relationships between choices, standards, ends and means. I do not claim it to be something spectacular just a starting point for looping in.

And on the first round of the loop I want just to review the idea of standard I used.

When I started thinking about that post, my plan was to put standards at the end of the sequence1, then while I was writing I changed my idea, but at the moment of publishing I was already thinking about time standards and the fact that is quite hard to see them as moral choices, at least this seems to me. They seem much more to be means for achieving convergence and interoperability.

So I started thinking a little more about what is a standard. The starting idea was to think to standard as a base upon which take a decision, or better a base or parameter by which creating a reference for judgement. However I think it’s possible to go deeper into the idea of standards thinking to them as widespread patterns of choices, I mean that setting a standard consists in granting (or at least wishing to grant) different operators taking similar choices in similar contexts. In other words, we have two sets: the set of choices and the set of situations, and let’s suppose that every situation needs some kind of choice and that a choice cannot be operated other then in some contextual situation. Then we need to match choices and situations in a 1:1 correspondence or bijection. Let’s suppose now that the matching works randomly, what makes a standard? Ordering! Firstly some kind of equivalence relationship is set both2 in the choice set and in the situation set. Then it is established the bijection that associates distinct equivalence classes in the choice set with distinct equivalence classes in the situation set, et voilà, the standard is done!
1 Actually I think it to be more a web than a sequence, but I have to dig more into this… 2 Perhaps its possible to approach the problem in slightly different ways (at least from an algorithmic point of view) changing the order of the steps, for example establishing firstly the equivalence relationship among the situations then defining the bijection and then deriving the equivalence among the choices, and so on.

Vorrei espandere il ragionamento svolto qui, e per farlo riprendo gli esempi:

(§3). “E’ giusto che un uomo o una donna, se lo vogliono e se trovano consensualità dall’altra parte, possano avere rapporti amorosi e sessuali con persone del loro medesimo genere”
(§4). “Secondo la dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica Romana all’anno 2007 d.C. è giusto che un uomo o una donna, se lo vogliono e se trovano consensualità dall’altra parte, possano avere rapporti amorosi e sessuali con persone del loro medesimo genere e questa loro unine venga riconosciuta attraverso il sacro vincolo del matrimonio”

La mia idea centrale è che esista una differenza tra le asserzioni del tipo dell’esempio (§3) che chiamo asserzioni etiche e quelle del tipo (§4) che chiamo asserzioni circa la realtà. E che tale differenza si celi in un’asimmetria:
mentre le asserzioni circa la realtà hanno appunto una realtà cui fare riferimento ed è perciò possibile stabilire se vi corrispondano oppure no (§4 è un esempio di assenza di corrispondenza), le asserzioni etiche non hanno alcun codice “naturale” iscritto chissà dove nella realtà cui corrispondere e non è perciò possibile classificarle come vere o false.

Questa asimmetria si riflette sul piano formale (anche se non è detto questo sia un criterio definitivo) nel fatto che è possibile trasformare le asserzioni etiche in prescrizioni o proibizioni mentre questo è impossibile per le asserzioni circa la realtà.

Nonostante ciò però, entrambi i tipi di asserzioni appaiono comunque formalmente come proposizioni e quindi sembra possibile derivare le une dalle altre, cioè sembra possibile prendere delle asserzioni circa la realtà (vere o false che siano per ora non importa) e derivarne delle asserzioni etiche, come nel seguente esempio:
“Esiste un Dio creatore” (asserzione circa la realtà)
& “Egli stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è” (asserzione circa la realtà, raccordo)
& “Egli ha stabilito che l’azione x è ingiusta” (asserzione circa la realtà, raccordo)
ERGO “l’azione x è ingiusta” (asserzione etica)

Nell’esempio tra parentesi ho distinto tra asserzioni circa la realtà ed asserzioni etiche, ho inoltre introdotto una sotto-classificazione delle prime (sotto-classe dei “raccordi”) che mi auguro sia intuitivamente chiara al lettore anche se non la spiegherò.

Sul piano meramente formale non credo ci siano problemi ad ammettere ragionamenti come quello dell’esempio più sopra, poiché sul piano meramente formale ad un’asserzione del tipo “Il comportamento x è giusto” è possibile attribuire un valore di verità dalla seguente coppia ordinata (F, V) oppure (0, 1). Ma questo a patto di svuotare i valori di verità di ogni “contenuto” reale come se la verità potesse essere scissa da ogni corrispondenza con la realtà, a quel punto però che verità sarebbe? Tanto varrebbe classificare le proposizioni in base ai valori (M, T) dove M sta per Minni e T per Topolino e poi definire le regole di calcolo per le operazioni tra Minni e Topolino.

Ora a mio avviso questo modo di procedere è errato perché non tiene conto della distinzione tra i due tipi di asserzioni e cerca di derivare asserzioni che non hanno alcun valore di verità, in quanto non vi è alcuna realtà cui farle corrispondere, da asserzioni che invece un tale valore l’hanno.

Ritengo inoltre che tale errore sia comune
__alle religioni, in cui il nucleo di asserzioni circa la realtà messe alla base dell’etica può riguardare un unico Dio, un insieme di Dei oppure principi impersonali come il karma dei buddhisti
__ai totalitarismi, in cui tale nucleo può riguardare la razza come nel caso del nazismo oppure le dinamiche economiche e sociali come nel caso del comunismo e che comunque in genere si accompagna all’esaltazione/deificazione del capo/tiranno di turno
__alla corrente dei diritti umani universali, fin tanto che questi diritti vengono presentati come costitutivi dell’essere umano in quanto tale e non come frutto di un consenso universale (tra gli umani almeno…) o che si auspica diventi tale.

Questo errore però nasce dal tentativo di risolvere un problema che si può enunciare con due domande (vedi post precedente):

(?2). Cosa è giusto?
(?3). Supponendo che sia possibile risolvere la domanda (?2) è possibile farlo in modo non-relativistico?

E riconoscere l’errore ovviamente non risolve il problema: mentre gli scienziati quando sono in disaccordo possono almeno in linea teorica pensare di ricorrere ad uno o più esperimenti più o meno cruciali per vedere quale delle loro teorie corrisponde alla realtà e quale no, tutti noi come possiamo uscire dal dilemma o dallo scontro quando applichiamo etiche differenti e divergenti?

Per ora l’unico modo sembra essere il consenso diffuso: anche se non pare che il giudizio verso certi comportamenti sia omogeneo e invariante rispetto al tempo, allo spazio, ai gruppi, agli individui, ecc. , comunque emergono delle tendenze prevalenti che durano il tempo sufficiente a consentire lo svolgersi di civiltà dotate di istituzioni temporaneamente stabili.

E’ possibile che a questo punto di possano muovere numerose obiezioni, a me ne viene in mente una: forse non si potrà basare l’etica su un qualche aspetto della realtà umana o universale ma comunque se si tortura un essere umano questo prova dolore e non vuole essere torturato e ritiene l’essere torturato come ingiusto ovunque egli sia o a qualsiasi cultura o gruppo appartenga. Vi son quindi dei tratti comuni al sentire umano che sono reali e che hanno implicazioni a livello etico che non si possono ignorare.

Etichetterò questa obiezione come “problema del comune sentire umano” e l’affronterò nel prossimo post.

What is a State? It seems hard to get a simple answer. Perhaps the word State is that kind of word which everyone can understand but it is difficult, if not impossible, to define (see Popper’s lesson about definitions in The Logic of Scientific Discovery, The Postscript, Unended Quest) .

Nevertheless, even if not rigorously definable, I think States are anyhow describable, at least enough describable to be distinguished by Nations, which is the main point of this post.

States are characterized by their legislative activity, we can roughly say that States set laws and they set them within a given territory. The whole body of institutions which States are composed by are ultimately aimed to formulate (Parliaments), make into force (Governments) and safeguard (Courts) laws, within a certain territory.

Of course not all States are liberal-democratic ones, but even in ancient kingdoms or modern dictatorships what is pursued within a State is the empowering of the law. What makes different a Liberal Democracy from kingdoms or dictatorships is the end of their laws, in the former laws are meant to guaranty citizen rights, in the latter laws are tools for enabling the king or the dictator to maintain his own power to pursue its own interests.

Therefore it seems clear to me that Nations are not States. The so-called Nations exist, at least in a supposed logical order, before any State can apply any law on any territory (an this is the reason why the so-called principle of self-determination was seen as capable of justifying rebellions against already established States), Nations are supposed to be something primitive in the sense of primordial or primeval.

Well, which is the link among Nations and States? People or, to put it better, The People. Every Nation is made by a People who straggles for its own territory upon which building its own State.

But The People actually is just an inflated way for writing the plural of a person, and in this sense people usually do not struggle for territories but they just claim for rights, among which there are also property rights upon lands, of course, and in order to have their rights preserved they need States or, to put it better, Liberal-Democratic States.

My point, therefore, is this: the are not any Nations and there are not any Peoples constituting those Nations, there are just communities of people (in the sense of the plural of person) or, to put it better, of citizens which set, manage and safeguard laws by means of a set of institutions collectively labelled State.

I will try to expand a little my conjecture about non-existence of Nations. However, I have to say that I am not the first person to state that Nations do not exist. As far as I know, Karl Popper also stated something similar, see his criticism to the principle of national self determination on Conjectures and Refutations, Routledge, NY, 2002, p. 494-495. I also remember the first time I heard about this idea, a colleague of mine talked me about it. He studies history at university so I guess he read about this theory somewhere.

Well, let’s go back to the argument. I said in my previous post that I think that language communities actually exist. However, how do they exist?

I think what shapes a language community is a special kind of line or border, I will call it ‘the language gap’. By ‘language gap’ I mean the very basic fact that not every human can know every language.

Because human beings are not shaped only by instincts but also by culture and culture is elaborated and handed down mostly using languages, this creates a border, a wall among people who do not talk the same language, and this border, this wall actually exists.

However let’s focus on some key points about language gaps and communities:
  • belonging to a certain language community do not exclude the possibility of belonging to an other one: we can currently speak more then one language
  • the gap is not permanent: we can learn new languages
  • the gap can be bridged even among people who do not talk a common language: translators actually exist
I think that this brief portrait is enough for allowing us to see the differences among language communities and the so called Nations:
  • if you belong to a Nation, then you cannot belong to an other one at the same time
  • if you belong to a Nation, then you will not be able to really become a member of a new one (maybe your descendants would be)
  • there is no way to bridge two Nations, they have a kind of ontological distance

About this last point an immediate reply could be that Nations can be bridged by diplomacy. However I think that diplomacy is a matter of States, not of Nations. Someone could still reply that a State is a kind of instrument for the wealth and prosperity of Nations and I will shortly reply that personally I think that if States are actually instruments then they would be instruments for the wealth of their citizens more than of Nations, but I will develop this point further in a new post.

Anyway getting back to the relationship between Nations and language communities, my conclusion is the following: even if Nations existed, then they would not coincide with language communities.

I wrote what I think of Nations in a rough way here. Now I will just try to summarize my ideas about the argument, while I will elaborate it in a future post.

My central idea is that Nations do not exist. This is my first point.

The second point is that States and language communities do exist.

The third point is that because citizenship and mother-tongue are related to birth then it arises the faulty idea that Nations exist.

Today I started reading the Italian version of The 21st Century Brain, Explaining, Mending and Manipulating the Mind, by Steven Rose, published by The Random House Group, 2005, London. The Italian version I am reading is translated by Elisa Faravelli and published in a special edition by the magazine Le Scienze with the permission of Codice Edizioni, Torino. I am still reading the second chapter, but I have already found some interesting points. The first interesting point is that cells must divide because of the limits imposed to their structures by the law of physics. A cell for growing needs to get nutrients from the outside environment and because the cell is separated from its environment by a membrane, the nutrients have to pass through this membrane in order to reach the cytoplasmic body of the cell. So if the cell needs a certain amount of nutrients to pass the membrane in given unity of time the membrane needs to be large enough to allow it. However the volume of body of the cell grows following the cube of the radius, while the surface of the cell grows following the square of it, so at a certain point its impossible for the membrane to provide enough nutrients for the body cell and the cell must divide in order to surivive. The second interesting point is about cooperation among cells in the developing of multicellular organisms. When more cells start cooperating and creating aggregations, they take advantage of a progressive specialisation: not all cells have to be able to do everything anymore. Well, when a cell works alone, it has to get signals from the environment and try to adapt to them, however when many cells are working together just some of them (those placed on the surface of the organism) get specialised in receiving signals from the outside world, while there will be other cells in charge of reacting to that signals and shaping the whole organism behaviour. This brings to the need of communication among cells. Summarizing:
one cell needs: being able to read signals from the outside environment diffusing signals inside its own body causing a reaction which hopefully will bring to a better adaptation to the environment -
many cells need: being able to read signals from the outside environment (both inside or outside the organism) diffusing signals inside their own body causing it to react exchanging signals with other cells causing them to react
I have already wrote about my problem with the enormous amount of readable material the feeds I subscribed to are producing every day. I have already reduced them to the minimum number, less then them and I will miss some interesting things, so what should I do? The only solution I thought is increasing organization. More information to handle -> more work to do -> I need to organize… So this is my plan:
  • Monday -> reading news
  • Tuesday -> reading science material
  • Wednesday -> reading news
  • Thursday -> reading economical material
  • Friday -> reading news
  • Saturday -> pausing
  • Sunday -> pausing
Well, actually a second job… Will it work? For sure I will…

I have briefly introduced the problem here. Personally I really prefer the word ‘purchaser’ to ‘consumer’. So I think I will choose word ‘purchaser’ as my standard on this website.

Against this choice I thought that the word ‘consumer’ can help to easily distinguish the ‘consumer market’ from the ‘B2B’ one. Both a businessmen and a consumer can be purchasers. However I do not think this will be so important here on my website. My way of thinking is much more philosophy oriented than business oriented, so I think the word purchaser will be a better choice for me, because it remind me of a different dimension of the act of buying that is not just consuming something, but also caring it.

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