When I was a child I feared the dark, I feared inside it were living monsters and ghosts ready to eat me, and what I feared most were the shadows of the curtains made by the weak light coming from the window… It’s strange how things change in our lives, how something hated could be then liked.

I like the night, and I like the dark, but most of all I like that half light coming from the window. I like to eat late in the evening, leaving the lights turned off, the window open, the fresh air coming in, the radio playing its magic. It gives me a very pleasurable sensation, it turns me in the relaxed mood.

Cordate Italiane: anche noi avremmo potuto comprare Alitalia

Non deve essere la prima corrispondenza dal titolo Derive che scrivo… tant’è…

Oggi stavo studiando come meglio costruire un database, o meglio stavo studiando MySQL attraverso un progetto concreto su un database reale. In verità già nei giorni scorsi avevo preparato l’architettura delle tabelle, ma senza usare l’Entity Relationship Model, cioè sono andato per tentativi e appunti sul quadernetto… lo so, lo so, non si dovrebbe far così, si perde una sacco di tempo, si rischia di dover cambiare l’architettura le tabelle quando si è già scritto mezzo codice PHP, ecc. ecc. Ma visto che sono in fase di apprendimento, e lavoro per diletto, alle volte mi piace fare le cose come mi vengono lasciando i professionisti i metodi professionali insomma sono un po’ come quelli che si dipingono i mobili comprati grezzi all’IKEA

Sta di fatto che ieri avevo già preparato le queries per la creazione delle tabelle nel database su un file .sql separato (ve be’ fai da te, ma scrivere direttamente il codice con il Monitor di MySQL è troppo anche per me… odio il maledetto prompt del DOS!). Oggi però mi son detto aspetta che provo a installare MySQL Workbench per vedere graficamente i joins e magari altre cosette carine che non mi son pensato.

Scarico il programma, lo installo, creo una tabella, penso al fatto di dover ricreare tutto il lavoro già fatto in SQL attraverso l’interfaccia grafica del programma, mi viene male, chiudo tutto. Va bene, le tabelle sono pronte, chi se ne frega, se manca qualcosa lo aggiungerò, farò il lavoro del mulo e cambierò il codice PHP in corso d’opera con gran dispendio di tempo… Però una cosa vorrei farla bene fin dall’inizio. Le convenzioni per i nomi. Si le convenzioni per i nomi dei files, delle variabili e compagnia bella in PHP. Fino ad ora ho usato una specie di stile simile a quello di Java (sono le uniche convenzioni che conosco) ma non va: qualche giorno fa leggevo una paginetta collegata al manuale PHP che parlava di convenzioni molto diverse…

E così ricerco le convenzioni su Google e tra una pagina e l’altra mi (re)imbatto in CakePHP, la libreria che cerca di fare con PHP quello che hanno fatto quelli di Ruby on Rails con Ruby. Che bello mi dico, hanno una paginetta chiarissima sulle convezioni, beh che dire potrei adottare le loro, così se un giorno voglio riadattare il codice per CakePHP sarà più semplice. Leggo, bello, chiaro, capisco, si capisco… no, non capisco: cosa sono questi Models, Controllers, Views, Helpers?

Ah qui lo spiegano, mhm interessante, forse dovrei strutturare l’applicazione basandomi su questa roba di architettura del software invece di andare come al solito a casaccio… Però non ho ancora capito bene cosa sia questo MVC, e poi cos’è questa business logic? Vediamo che dice Wikipedia

Mhm, interessante, e questo CRUD? Che è? Create, read, update and delete (CRUD) are the four basic functions of persistent storage.
Bello, mi ricorda un po’ la Trimurti induista: Brahma creatore, Visnu conservatore, Shiva distruttore solo che qui hanno separato in due le funzioni di Visnu… aspetta però mi ricorda anche un’altra cosa.. si la memoria, eh be’ persistent storage, cosa vuoi di più?

E così mi son pensato al famoso .xml sulla memoria, famoso per me, per voi magari non ancora…

Vado a ripescare nel mio persistent storage device, vedi disco_fisso/cartelle_di_windowseccolo. Aspetta che lo pubblico… mhm, ma non posso embeddare l’XML in un post, no devo trasformare tutti i delimitatori dei tags con le entità, però forse avevo già fatto questo lavoro tempo fa in un file sull’altro mio persistent storage device, GoogleDocs. Ah no, su GoogleDocs avevo già pubblicato un documento formattato a liste, senza XML… Mhm, c’è anche una versione più nuova (7 mesi fa) del file sulla memoria… non me la ricordavo più…1

Va bene, alleghiamo questi due files ad un post sul blog, a suo tempo mi ero ripromesso di sviluppare una DTD prima di rendere pubblico questo sistema di mark-up per prendere appunti ma poi ho abbandonato il progetto dopo avere scoperto RDF e le Ontologie (che mi sono ripromesso di studiare…). Ma a proposito, visto che siamo in tema, potrei cominciare a creare dei nomi di file decenti sulla base delle convenzioni RDF per gli URIs di cui avevo visto sul blog di Casual.info.in.a.bottle.

Ecco l’articolo, bello questo articolo, al w3c devono avere cambiato strategia di marketing che si danno alla roba cool… Uff, si ma non è meno ostico del solito, anche se è cool… Oh, Giovanna. Si mi parli ma non ti ascolto, no, non riesco a leggere la documentazione del w3c e a capire cosa mi dici sul tuo grado di infettività influenzale… Ok, aspetta che ti leggo..chiaro no? No, diffiicle da capire? Va be’ ti spiego.

Allora Tim Berners-Lee è il tizio che ha inventato il World Wide Web. Ma non era un’invenzione dei militari? Bah che ne so, magari lui era un fisico che lavorava per i militari, ma poi i militari avranno creato Internet al massimo, ma il Web l’ha inventato lui perché ha inventato l’HMTL. E cos’è l’HMTL? Beh i computers capiscono solo la sintassi, ma se io dico “La terra è rosa” oppure “La terra è sferica” dal punto di vista sintattico non cambia alcunché, quindi un computer non può capire la differenza, mentre un essere umano si. Per questo, per ora, noi esseri umani siamo ancora superiori a loro, perché capiamo la semantica. Solo che per capire la semantica siamo più lenti. E’ come la differenza che c’è tra Windows Vista e il vecchissimo DOS, con i processori di oggi il DOS sarebbe velocissimo perché non ha grafica, ecco è un po’ una cosa simile.

Vedi, l’HMTL è un linguaggio di mark-up, cioè ti permette di “marchiare”, diciamo così, certi pezzi di testo dicendo alla macchina, questo è un paragrafo, questa è una lista, questa è una citazione, questo è un collegamento ad un altro documento, ecc. E’ testo che parla del testo ed è su questo che è stato fondato il Web, che tu chiami Internet, ma Internet è solo la rete che connette, e cosa connette? Connette delle macchine, ma queste macchine che leggono? Leggono documenti, ecco questa collezione di documenti che è il Web, il famoso WWW, (che non è il WWF…).

Vedi quindi, con questa “marchiatura” del testo le macchine riescono a capire qualcosa di più perché leggendo i marchi che sono scritti secondo una sintassi convenzionale riescono ad interpretarli in qualche modo. Ecco Tim Berners-Lee ha pensato di usare questo stesso strumento non più per rappresentare informazioni circa il testo stesso che viene “marchiato”, ma verso le cose di cui quel testo parla, cioè la semantica, da cui Semantic Web. Capito? Le macchine non capiscono la semantica, gli umani si, quindi noi “marchiamo” il testo con una particolare sintassi così che le macchine possano “capire” la semantica. In realtà non la capiscono davvero, siamo noi che la capiamo per loro, ma alla fine sembra che la capiscano.

Per fare questo serve un linguaggio adatto con le giuste convenzioni e soprattutto serve che tanti esseri umani quando buttano dentro qualche dato su Internet lo “marchino” nel modo giusto così piano piano il Web conterrà al suo interno una rappresentazione semantica del mondo intero, o almeno di buona parte di esso.

Ma da questo nascerà l’intelligenza artificiale? In un certo senso è possibile. Sai adesso ci son due scuole nella ricerca sull’AI, una che cerca di emulare con le macchine gli schemi di funzionamento della mente, un’altra che cerca di emulare con le macchine l’architettura neurologica del cervello creando super computers con un chip per ogni neurone del cervello. Ma in questo secondo modo non può funzionare! Esatto, perché hai l’hardware ma non il software per farlo girare. Chissà, forse alla fine le due linee di ricerca confluiranno e avremo un super computer con una mappa chip<->neurone (e connessioni…) che riproduce l’architettura di un cervello umano e gira su un super software basato sull’intero Semantic Web.

Mi fa paura, perché? E’ solo fantascienza :D


1 I contenuti del file sulla memoria sono una mia personale rielaborazione del materiale contenuto nel libro Guida allo studio: La Memoria di Marco Polito per Editori Riuniti. Data la lontananza tra le due opere credo che la pubblicazione dei miei files non costituisca violazione delle norme vigenti sul copyright, nel caso lo fosse in ogni caso ritirerò immediatamente il materiale.

Qualche sera fa dopo cena parlavo con Giovanna e ad un certo punto mi viene in mente il commento che Cinciu ha lasciato qui in merito a questa foto. Riferito a Giovanna il commento, le racconto poi come ho risposto, a quel punto però aggiungo che più che van Gogh sembra un quadro di, “come si chiamava, quello che faceva la pop art…”, “Pollock” risponde lei, “no Pollock era quello dell’action painting” dico io…

Parlando di action painting mi sono ricordato di un altro paio di cosette: una era una notizia [forse era questo articolo segnalatomi via newsletter per cui io lo ricordo come una “notizia”] che avevo letto tempo fa su di una ricerca scientifica proprio sui quadri di Pollock, ricerca da cui era emerso che le sue composizioni hanno una struttura frattale. A mio avviso questo poteva essere un indizio (anche se non una prova) che di casuale o spontaneo in quei quadri c’era poco. O meglio magari erano spontanei al momento della creazione ma in realtà dietro c’era uno studio approfondito__io in genere sono fortemente critico verso lo “spontaneismo” e forse un giorno vi racconterò anche il perché, quello emotivo, oltre che quello razionale…

L’altro episodio che in qualche modo si ricollegava a questo era invece un episodio delle mia vita. Ero alla scuola media e ad un certo punto la mia professoressa di arte stava parlando con il professore di un’altra classe. Lui aveva voluto sperimentare con i suoi allievi l’action painting (noi sperimentavamo invece l’impressionismo, caratteri diversi… dei docenti…). La mia professoressa era molto curiosa circa l’esito di questa esperienza, ma il collega la freddò subito dichiarandone il fallimento. Disse che alla fine era venuta fuori tanta violenza ma non vera arte. Ora non ricordo se queste fossero le parole esatte ma ricordo bene che il professore era davvero deluso…

Ricordo anche che poi quei quadri vennero esposti, forse sulle pareti del corridoio vicino all’aula di quegli studenti, o nell’aula. Io ne ricordo uno, pieno di grigio e colori mescolati col grigio, uno strato di colore davvero spesso, ma in effetti, forse per l’influenza di quanto detto da quel professore, quando lo vidi non mi parve granché. Di certo non era un Pollock.


Per la cronaca comunque quello della pop art cui mi riferivo io all’inizio si chiamava Andy Warhol.

Apparentemente è solo uno specialista in controllo numerico e modellazione tridimensionale, in realtà è in missione per conto di forze a noi superiori che lo hanno dotato del potere straordinario di dare vita a tutto ciò che disegna con la sua mano sinistra. Tra una missione e l’ altra poi, non disdegna d’ abarbicarsi tra le adorate montagne, che a boca no a ze straca, fin che no a sa da vaca.
Grazie alla sua capacità capillarmente cavillosa di scovare anche la più minuta incoerenza nella psicologia altrui e di farvi breccia, egli rende agilmente il nemico non più in grado di intendere e di volere. Sfruttando i drikies, ovvero punti di cedimento del sistema, sia esso logico, psicofisico, architettonico e così via, non immediatamente visibili, egli con un quantitativo minimo di energia genera il massimo della deflagrazione. Drikister is who detects the drikies in the details.
Anni or sono la Terra rischiava di impattare catastroficamente contro un asteroide steroideo stereoidale stratosfericamente sproporzionato (e pure un poco capretto…) che aveva deciso di entrarci in casa senza neanche bussare… ma fu grazie a loro due e ai loro superpoteri superpotenziati e plenipotenziari che il nostro bel pianetino è ancora qua…
Ricordo quando ero bambino. Facevo il pieno di cartoni animati giapponesi e arrivavo perfino a riguardare per tre volte in uno stesso giorno la medesima puntata. Mi piacevano soprattutto i robottoni che cercavo strenuamente di ricostruire attraverso i miei preziosissimi mattoncini Lego. E’ stato crescendo tuttavia che mi sono accorto dell’ impronta che quei cartoni avevano lasciato in me. Da un lato una dimensione di conflitto tra il bisogno e i sogni infantili di eroico protagonismo e l’ umile quotidianità di una vita normale. Dall’ altro l’ eredità costruttiva dell’ etica e dei valori che pervadeva la maggior parte di quei cartoni animati, un’ etica frutto della bizzarra miscela tra valori giapponesi tradizionali e valori occidentali acquisiti, una miscela operata dai giapponesi tra gli anni ‘70 e ‘80 del novecento.
Ho scritto quanto segue il giorno 16 Agosto 2006 alle ore 9.14 , lo avevo scritto su un vecchio blog. Né io né Giovanna lo sapevamo a quel tempo, ma circa cinque giorni prima lei era rimasta nuovamente in cinta, circa un mese dopo purtroppo anche questa seconda gravidanza avrà un esito negativo.

Ieri stavo pranzando con una zuppa di bulgur e lenticchie, e ascoltavo un cd di De Gregori. Ho riascoltato un paio di volte Alice , una delle canzoni del cd. A quel punto sono scoppiato a piangere.
Io e Giovanna abbiamo provato ad avere un figlio per quattro anni, e poi alla fine dell’ autunno del 2005 finalmente era successo, Giovanna era rimasta in cinta. Io ero felice, compravo libri che spiegavano tutte le fasi dello sviluppo embrionale e cominciavo a selezionare quelli sui primi mesi di vita da acquistare in futuro. Cucinavo, calcolavo dosi quotidiane di vitamine, proteine, e tutte le altre cosine che mi venivano in mente… Di colpo non esisteva più niente altro se non Giovanna e il mio futuro figlio o figlia.
Ma il sogno è durato poco più di un mese. Ricordo la faccia formalmente contrita delle ginecologa alla seconda ecografia: “Mi dispiace davvero signora, ma purtroppo si è sviluppato solo il sacco vitellino, l’ embrione non c’è. Guardando le immagini della prima ecografia, probabilmente all’ inizio era iniziata come una gravidanza gemellare e poi qualcosa è andato storto. Dobbiamo ricoverarla qui in ospedale al più presto per farla abortire, altrimenti le verrà un aborto spontaneo, che è molto più doloroso di quello indotto da noi tramite il raschiamento”. Queste grossomodo le sue parole. Giovanna a pezzi. Io invece apparentemente avevo retto il colpo con stoica fermezza.
Il raschiamento doveva avvenire il giorno seguente all’ Ospedale Civile di Venezia. Ma poi Giovanna parlando con una sua amica si è convinta di cambiare ospedale e di andare fuori Venezia a Mestre, in uno dei due ospedali cittadini, quello più lontano per altro. Così abbiamo perso un giorno o due… e la natura ha deciso di fare da sola.
31 Dicembre 2005, verso la mezzanotte Giovanna comincia ad avere i primi dolori. La mattina sucessiva dobbiamo andare in ospedale per cui lei vuole aspettare fino all’ indomani. Ad un certo punto della notte i dolori sono sempre più forti, vado a vedere gli orari degli autubus, il primo è verso le 4 e qualcosa. Le dico andiamo in ospedale a Venezia, risposta, prendiamo un taxi “no, non abbiamo soldi. Va bene. Alle quattro ci muoviamo verso piazzale Roma. Lì aspettiamo il dannato autobus che non arriva. Fa freddo, Giovanna stà sempre più male, ad un certo punto la prendo tra le braccia, lei chiude gli occhi, improvvisamente sento il peso del suo corpo, stava svenendo tra le mie braccia. Le reggo, la adagio per terra e comincio a cercare di svegliarla, “Amore mi senti, svegliati, svegliati”. Lei riprende coscienza. Riesce ad alzarsi di nuovo. Cazzo di autobus di merda dove sei!!!
Basta prendiamo un taxi… ecco l’autobus, e va bene. In autubus la tenevo tra le braccia, c’erano forse due o tre persone oltre a noi, ricordo gli sguardi un poco schifati, sembravano dire quella deve essere una tossica, chssà se loro ricordano il mio di sguardo che sembrava dire “è mia moglie e sta male, non rompere i coglioni se no te ne pentirai”.
L’ autobus prima di arrivare nell’ ospedale dove voleva a tutti i costi andare Giovanna passava anche da un altro ospedale, l’ Ospedale Civile di Mestre. Dico a Giovanna, “senti qui c’è il Civile di Mestre, fermiamoci qui, ora che arriviamo all’ altro ci vorrà ancora mezz’ ora!”, “Si, non ce la faccio più”. Scendiamo, busso alla portineria dell’ ospedale e dico che mia moglie sta male e che la porto su al pronto soccorso, sopra la rampa. Camminamo, lei fa fatica, la sorreggo, dai mancano solo pochi passi.
Eccoci siamo dentro. Il portinaio arriva e sveglia l’ infermiera, il sistema reagisce… barella, ambulatorio, ginecologo, sangue, letto, riposo. Io seduto su una sedia al suo fianco. Per tutta la notte. La mattina la preparano per il giro visite e poi andrà in sala operatoria per il raschiamento. Io vado un attimo a casa. Il 2 Gennaio 2006 è già a casa. Tutto finito. Tutto, finito, anche nostro figlio.
Non avevo mai pianto per avere perso quello che avrebbe potuto essere mio figlio, o forse i miei figli in caso di parto gemellare. In fondo era solo un mucchietto di cellule che poteva diventare, ma non era diventato. Un aborto appunto. Ieri invece ho pianto, ascoltando la canzone, quando dice “ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa, non è così, che se ne andrà”. Ho pianto.
No, non è così, che me ne andrò.
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