Leggo questo di Emanuela Beacco. Ecco appunto

Continua la mia esplorazione del territorio leghista avviata ieri. Il documento di riferimento della corrispondenza di oggi è la delibera del Parlamento del Nord del 2 Marzo 2008 sul federalismo. Il documento è suddiviso in quattro “capitoli”, che riprenderò a mia volta per organizzare l’analisi.

La presa d’atto

La prima parte del documento parte da alcuni dati di fatto, o almeno da quelli che vengono presentati come dati di fatto. Vediamoli in dettaglio.

[Il Parlamento del Nord prende atto] che il processo di disgregazione e di dissoluzione dello Stato nazionale, come aveva preconizzato il professor Gianfranco Miglio, procede a ritmi sempre più rapidi ed è ormai giunto al capolinea, per effetto dell’erosione della propria prerogativa esclusiva — la sovranità — dal basso, vale a dire a causa delle crescenti istanze di autonomia delle politiche regionali, e dall’alto, vale a dire a causa della progressiva ingerenza delle politiche dell’Unione europea nell’ambito delle sfere di competenza delle singole statualità

Sfortunatamente non conosco l’opera del prof.Miglio e non so dire se lo Stato nazionale di cui si parla sia solo lo Stato (nazionale) italiano o lo Stato nazionale in genere. Vediamo perciò entrambi i casi.

Lo Stato italiano è giunto al capolinea? Personalmente non ho simpatia per il nazionalismo ma nemmeno per lo storicismo2, cioè per il destino calato nella storia__a dire il vero sono profondamente critico verso l’idea di destino in ogni sua variante. Sinceramente non so se lo Stato nazionale italiano sia davvero finito, e soprattutto non so se questo sia inevitabile__a meno che non si agisca concretamente per farlo finire. Di sicuro non sta bene e in gran parte del territorio è assente o è presente in maniera così perversa da rendere un servizio più ai malavitosi e ai profittatori che ai cittadini onesti, e in questo senso concordo con quanto asserisce il Parlamento del Nord che, sul piano interno, lo Stato ha abdicato alla propria sovranità in molte realtà regionali e in plurime circostanze (le così dette — e ormai quotidianamente all’ordine del giorno — ‘emergenze’: rifiuti, immigrazione ecc.). Una cosa però la si potrebbe obiettare: uno Stato nazionale davvero forte in Italia non è mai propriamente esistito, non per lo meno come può essere esistito in Francia e Regno Unito. Quindi più che finito sembrerebbe non essere mai davvero iniziato.

Ribadisco comunque che non credo all’esistenza delle nazioni e non ritengo ci sia alcuna ragione valida per mantenere in piedi a tutti i costi gli Stati nazionali solo perché nazionali. Uno Stato è comunque qualcosa di dinamico che può trasformarsi nel tempo sulla base delle trasformazioni della società e la volontà dei suoi cittadini. Se è necessario uno Stato può a mio avviso essere diviso in più Stati o aggregato ad altri, dipende dai suoi cittadini, dalla loro volontà a dal loro interesse. Per tale ragione non alzerò un dito per difendere il totem dell’unità nazionale, ma, attenzione, nemmeno per difendere una supposta “nazione padana”. Facciamo gli Stati con la ragione, non con le nazioni.

Ma dall’Italia allarghiamo un attimo lo sguardo per comprendere il resto d’Europa. In Europa gli Stati nazionali sono in crisi? Credo proprio di si. Si pensi alle recenti vicende in Belgio, alle tensioni interne alla Germania per via degli squilibri tra ovest ed est, alla Spagna con le rivendicazioni dei baschi e dei catalani, al Regno Unito che, nonostante finalmente abbia potuto avviare le demilitarizzazione dell’Irlanda del Nord, comunque deve avere a che fare con le spinte indipendentiste scozzesi, e, seppur in tono minore, alla Francia con gli indipendentisti corsi. Ed è interessante notare come in quasi tutti i casi3 ciò sia collegato ad uno squilibrio economico di tipo territoriale, per cui regioni più ricche versano cospicui tributi a quelle più povere.

Ma che ruolo ha l’Unione Europea in tutto questo? Il documento leghista asserisce che l’euroregionalizzazione […] oggi costituisce un dato di fatto e alimenta l’affermazione delle identità culturali territoriali, che regioni ed Unione trovano ormai ampi margini di dialogo politico senza la mediazione dello Stato centrale nazionale, con l’Unione orientata ad accordare progressivi margini di autonomia alle unità regionali interne ai singoli Stati.

Ora non sono certo che l’orientamento attuale dell’Unione Europea sia proprio questo, per lo meno non in maniera così radicale come potrebbe apparire dal documento citato. Di certo alla base dell’Unione Europea, nel pensiero dei suoi fondatori, c’era una profonda critica del nazionalismo. Penso ad esempio al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. E sicuramente cercare di favorire ogni forma di cooperazione cross-border fa parte di una politica Europea volta ad abbattere confini e recinti nazionali. Tuttavia rimane il fatto che la politica europea si fa in Commissione e in Parlamento, ma anche e non marginalmente in Consiglio, dove siedono i rappresentati dei governi nazionali, con tutti i limiti di ciò e di un’Europa federale per ora incompiuta.

E nel resto del mondo? Anche a questo livello ci sono elementi di tensione centro-periferia, penso alla Cina (vedi Tibet, Uigur, Mongolia Interna, Taiwan, Hong Kong), alla Russia (vedi Cecenia), ma sembra che ciò avvenga soprattutto negli Stati più rigidi dove non c’è democrazia e soprattutto non c’è una struttura federale. Non mi pare per esempio che esista un problema di dissoluzione statuale negli Stati Uniti, in Brasile o, con qualche precisazione, in India4, per citare solo gli Stati più grandi in cui è più facile si manifestino squilibri territoriali__effettivamente ho citato tutti Stati federali…

Ma torniamo all’Italia, l’ultima presa d’atto del documento leghista è la seguente.

a partire dai primi anni Novanta — dallo studio della Fondazione Agnelli del 1992 e dall’elaborazione del progetto politico federale proposto dal professor Gianfranco Miglio — è sotto gli occhi di tutti la suddivisione del Paese in tre grandi unità regionali, omogenee e assai affini dal punto di vista economico, sociale e culturale, come recentemente riconosciuto, per esempio, dall’Osservatorio del Nord-Ovest (non certo tacciabile di ‘simpatie’ leghiste)

Purtroppo non ho sufficienti conoscenze socio-economiche per poter affrontare compiutamente questo tema (come molti altri…). Di certo mi piacerebbe se ne parlasse di più. Questo è un punto fondamentale per l’intero ragionamento. Intuitivamente concordo che esistano tali differenze, e non solo intuitivamente soprattutto dopo avere scoperto che nell’indagine OCSE - Pisa l’Italia ha un punteggio inferiore alla media dei paesi industrializzati quando i dati sono aggregati, ma se li scomponiamo scopriamo che le scuole dell’Italia del nord sono perfettamente nella media. Ma non bastano uno o due studi per supportare o confutare questo argomento, esso è l’architrave portante dell’intera richiesta di riforme successive e dovrebbe essere a mio avviso il primo argomento di un autentico, approfondito, serio, dibattito nazionale

L’auspicio

Date tutte le premesse la prima conclusione che il documento in analisi trae è l’auspicio per una definitiva archiviazione del decentramento — per la verità piuttosto blando e, comunque, insoddisfacente — che ha caratterizzato e scandito la vita istituzionale del Paese nell’ultimo decennio, in favore di un autentico federalismo

E qui emerge uno degli elementi secondo me centrali della Lega: la radicalità (ancor prima che il radicamento). Pur essendo un movimento che si colloca nello schieramento di centro-destra, che dovrebbe essere quello “conservatore”, la Lega auspica riforme radicali. Certo per alcuni sono contro-riforme che riporterebbero l’Italia indietro agli anni bui precedenti l’unificazione, ma non è così per chi ha scritto il documento in analisi che vede una riforma federale radicale come un elemento di modernità, qualcosa in perfetto accordo con i tempi.

Lo strumento1

Lo strumento per realizzare la riforma radicale, quasi una sovversione dell’ordinamento statuale vigente (e infatti si parla di grimaldello per far ‘saltare’ il sistema centralista) è il Senato federale con senatori eletti dalle varie regioni in proporzione agli abitanti. Si noti che qui si parla ancora delle regioni come le conosciamo noi oggi e il modello di riferimento è il Budesrat tedesco.

Parallelamente poi si chiede la soppressione delle prefetture. Certo, a questo punto una richiesta coerente… anche se si potrebbe obiettare che togliere al Ministero dell’Interno proprio uno dei suoi canali di presenza territoriale, proprio quella di cui si lamenta l’assenza, forse non è un’ottima idea… ma ripeto nella visione leghista è coerente, soprattutto coerente con quanto segue.

La proposta

la suddivisione del territorio della Repubblica italiana in tre Euroregioni, che rappresentano la più funzionale articolazione territoriale sulla quale fondare il nuovo Stato federale. Le prerogative e le funzioni di ogni Consiglio euroregionale e di ogni Governo euroregionale, nei loro rapporti con il Governo federale della Repubblica e con l’Ue, sono demandate alla necessaria e radicale riforma costituzionale — che si configura, dunque, come un vero e proprio patto federale — connessa a questo progetto; riforma che dovrà ispirarsi al riconoscimento e all’istituzionalizzazione della ‘diversità’ economica, sociale e culturale, alle quali lo Stato federale garantirà adeguata tutela ed espressione, delle euroregioni, a esse accordando una sovranità esclusiva, vale a dire la libertà, intesa come autonomia e autogoverno, in termini di potere legislativo, amministrativo, giudiziario. Le tre euroregioni, così federate, saranno rappresentate dal Senato federale.

Quindi parliamo di tre formazioni territoriali, che avranno esclusiva sovranità legislativa, esecutiva e giudiziaria, cui lo Stato federale deve garantire il riconoscimento della diversità, economica, sociale e culturale. Inoltre si afferma che tale organizzazione è la più funzionale sulla quale fondare il nuovo Stato, non più nazionale ma federale, appunto.

Siamo quindi alle tre Italie: l’Italia del Nord, l’Italia Centrale e l’Italia del Sud. Ma esistono davvero queste tre Italie? La loro organizzazione in Stati quasi indipendenti è davvero la più funzionale? Se queste tre Italie avranno davvero totale sovranità in campo legislativo, amministrativo e giudiziario, che farà lo Stato federale? Quali poteri, compiti, quale giurisdizione gli sarà affidata delle sue componenti? Per ora lascio gli interrogativi aperti e mi fermo qui.


1 Il testo originario diceva Individua, sotto inteso il Parlamento del Nord come soggetto. Ma “individuazione” non rendeva bene l’idea di ciò che secondo me era centrale nei paragrafi seguenti.
2 Per una critica approfondita si legga Karl Popper, The Poverty of Historicism (1957).
3 Meno cioè la Corsica e la Scozia, anche se in questo secondo caso comunque non si tratta solo di storia o di ritorno al passato in quanto nel piatto stanno anche i proventi ricavati dall’estrazione del petrolio.
4 Penso al problema del Kashmir, ma in questo caso non si tratta di un vero movimento indipendentista quanto piuttosto di un pezzo di territorio che vorrebbe staccarsi da uno Stato per confluire in un altro.

Qualche elettore o militante del Partito Democratico potrebbe forse storcere il naso capitando qui e leggendo questa corrispondenza e quelle che seguiranno. Spero però che avrà ugualmente la pazienza di leggere. Ritengo infatti che una della ragioni per cui il Partito Democratico o la sinistra radicale non riescono a sfondare nell’Italia del nord è che non la comprendono, non comprendono cioè chi la abita e i problemi che si trova ad affrontare. Io non sono sempre d’accordo con le soluzioni che la Lega propone, ma sono convinto che i suoi rappresentanti abbiano ben compreso quali sono i problemi

Come punto di partenza utilizzerò i cinque punti del programma leghista che riporto direttamente da qui.

Federalismo
Stato federale articolato in tre macroregioni rappresentate da un Senato federale. Le macroregioni avranno sovranità in termini di potere legislativo, amministrativo e giudiziario
Fisco
Le regioni padane devono avere a disposizione il 90% del gettito fiscale del proprio territorio. La riscossione delle imposte spetta alle Regioni e non più alla Tesoreria unica
Immigrazione
Più potere ai sindaci nel contrasto all’immigrazione selvaggia e clandestina, più rigore nei requisiti d’ingresso. Moratoria nella costruzione di nuove moschee
Sicurezza e Legalità
Equiparare la polizia locale alla polizia di Stato e ai carabinieri. Potere d’espulsione dei clandestini ai sindaci. Gli stranieri devono dimostrare di avere un lavoro e un reddito minimo
Infrastrutture
Far volare Malpensa e la Padania attraverso Tav, Pedemontana, gli assi stradali e ferroviari del Sempione, Gottardo e Brennero, regionalizzare le autostrade e potenziare il trasporto fluviale

Per ora non intendo né supportare né criticare queste proposizioni, ma solo prenderne atto come un dato di fatto: circa un terzo degli abitanti della regione dove vivo chiede questo. Nelle prossime corrispondenze esprimerò in maniera più compiuta il mio punto di vista andando ad analizzare meglio i documenti che stanno dietro questo manifesto e che sono stati elaborati da quello che nel movimento leghista è chiamato Parlamento del Nord1.


1 Sul Parlamento del Nord qualche informazione la si può trovare nel relativo sito di rappresentanza o in questa voce di Wikipedia.

Cordate Italiane: anche noi avremmo potuto comprare Alitalia

La ragione per cui non amo il nazionalismo è che a parer mio le nazioni semplicemente non esistono. Sono un mito, un mito moderno cresciuto gonfiando la pelle delle tribù fino a trasformarle in Stati nazionali fondati sull’irrazionalità e la guerra, sul sangue e sugli eroi, sulla madre patria e sull’altar.

Ad esistere non sono le nazioni ma le persone, dove per persone intendo esseri umani in carne ed ossa e non astratte persone giuridiche con le quali si attribuisce a gruppi di esseri umani (o di cellule staminali) una mistica identità collettiva portatrice di diritti! Ed è dalle persone che si deve partire per costruire gli Stati, non viceversa.

Le persone, che sono individui, interagiscono tra loro e questa interazione può generare violenza e sopruso, ovvero la lesione della libertà di alcune persone a causa delle prevaricazioni di altre. Da qui nasce il bisogno di qualcosa o qualcuno che permetta di risolvere in modo civile e non bestiale le questioni, c’è bisogno di un giudizio e di un giudice neutrale rispetto alle parti in conflitto e con autorità e forza sufficienti per ristabilire l’equilibrio nel diritto quando questo venga violato, punendo chi ha perpetrato la violenza e risarcendo (per quanto possibile) chi l’ha subita.

Ma i giudici sono esseri umani a loro volta e quindi è necessario incorniciare il loro operato in un sistema articolato e complesso al fine di evitare che essi stessi divengano fautori di ingiustizia. Ecco allora la promulgazione di leggi uguali per tutti i cittadini così da impedire una totale discrezionalità da parte del giudice: perché l’arbitro possa fare bene il suo lavoro le regole devono essere comprensibili da ed eguali per tutti. Ma perché le leggi siano davvero uguali per tutti e non la semplice ratificazione di privilegi di parte è necessario che siano generate all’interno di un sistema democratico con tutti i suoi controlli e contrappesi, come ad esempio la pluralità dei partiti, la libertà di stampa e di informazione e via dicendo.

Per garantire poi che ogni nuovo nato, e non solo i figli di coloro che hanno avuto successo, abbia la possibilità di vivere una vita dignitosa, libera ed onesta è necessario offrire educazione e cure mediche di qualità, pubbliche e gratuite.

A questo sistema infine si da il nome di Stato che avrà ancora un’ultima funzione, quella di garantire la sicurezza (attraverso diplomazia e difesa) dalle aggressioni militari esterne che minerebbero l’intero sistema di garanzia delle libertà civili sino ad ora delineato.

In questo senso lo Stato non è più un’espressione di una qualche nazione esistente in un qualche primordiale stato di Natura, ma un artefatto, un costrutto degli esseri umani per regolare le proprie relazioni e liberarsi non già dalla paura della violenza quanto piuttosto dalla violenza tout court.

Oggi ho letto Qualche punto di riflessione di Marco Simoni portavoce (se ho capito bene) de iMille.

Certo, su alcuni punti sono d’accordo, ma nel complesso penso di essere proprio in disaccordo. Ammetto di sentirmi un poco a disagio ad essere in disaccordo con un Ph.D che a 33 anni insegna Politica Economica alla London School of Economics, qualcosa che io mai sarei in grado di fare non avendone né le capacità né il grado di istruzione. Eppure la sua analisi non mi convince. Cercherò di spiegare come la penso citando in dettaglio l’articolo originale, spero che questo non sia una violazione del copyright, se lo fosse toglierò subito le citazioni.

Il PD ha perso, Berlusconi ha vinto, la Lega ha stravinto.

Io l’avrei detta così: il PD non ha vinto, Berlusconi non ha perso, la Lega ha vinto. Effettivamente un sofisma anche se c’è un’idea dietro forse non totalmente retorica: come dicevo nella mia corrispondenza del , il PD ha tenuto bene prendendo qualcosa in più della somma dei voti di DS e DL, per me questa non è una sconfitta, sinceramente avrei chiamato sconfitta un arretramento rispetto alla somma dei due fondatori. Ma qui forse gioca un elemento soggettivo, io non mi sono mai aspettato che il PD vincesse le elezioni, certo ho avuto un debole moto dubitativo del tipo “forse potrebbe” negli ultimi due giorni ma niente di più__insomma mi ero preparato al peggio e quindi i risultati non mi sembrano così male. Oggettivamente però il PD le elezioni non le ha vinte tant’è che a governo ci sta Berlusconi… non è che ci si può girare troppo intorno in effetti…

La Sinistra Arcobaleno è rientrata nell’alveo dei punti percentuali che una forza di quel tipo consegue normalmente nei paesi sviluppati.

Non lo so se sia davvero così, non conosco bene la situazione degli altri paesi, credo che se consideriamo la Germania questa affermazione può sembrare falsa, se invece prendiamo Francia, Regno Unito, Spagna, e Stati Uniti probabilmente è vera.

A parte che dare la colpa al PD per il risultato basso di un altro partito è una fesseria logica, queste elezioni hanno tolto di mezzo l’altra fesseria (che aveva una ragione nella precedente organizzazione irrazionale del sistema partitico di centrosinistra) per la quale tante persone votavano Rif o Verdi per “riequilibrare a sinistra il governo”. Il riequilibrio non avveniva perché non si può fare la media tra chi fa l’anticapitalista teorico e il piccolo cabotaggio pratico e, invece, chi vuole un organico programma progressista moderno. Il risultato era la paralisi totale e masochistica del governo Prodi due.

Qui sono sostanzialmente d’accordo.

Il PD ha perso perché, come osservano tutti, pur facendo il pieno di voti delle persone di sinistra, non ha conquistato nemmeno un voto ex berlusconiano o leghista. In tre mesi di “nuova stagione” Veltroni ha convinto tutta la sinistra a seguirlo, in blocco, ma non ha spostato un voto dall’altra parte. In tre mesi, dopo due anni di Mastella-Pecoraro-Ferrero: diamo una dimensione alle cose.

Come sopra avrei scritto “non ha vinto”. In ogni caso anche Simoni vuole ridimensionare l’idea della sconfitta cercando di inserirla nel giusto contesto. Quindi sostanzialmente concordo anche qui.

Fin dal 1994 chi per larga parte ha diretto il centrosinistra italiano ha pensato che per sfondare al centro bisognasse incorporare le priorità espresse dalle forze politiche che prendevano quei voti. Quindi siamo diventati tutti federalisti, siamo diventati contro il laicismo esasperato, abbiamo imitato modi, toni e contenuti col prevedibile esito di non spostare un voto perché giustamente le persone preferiscono l’originale all’imitazione.

Non lo so, se le persone preferiscano sempre l’originale all’imitazione. Mantenendo il parallelo con il mondo economico, ammesso che sia lecito farlo ed esista un isomorfismo tra i due domini di definizione, Microsoft con Windows ha copiato (legalmente dopo un accordo industriale) le finestre che Apple aveva inventato per il proprio sistema operativo eppure ha sbaragliato il suo concorrente per anni rimanendo per altro un prodotto peggiore!

Inoltre faccio a fatica a giudicare federalismo e anti-laicismo solo sulla base del fatto che siano stati copiati. Penso infatti che il federalismo sia di fondo empiricamente corretto e moralmente giusto mentre invece penso che l’anti-laicismo sia eticamente sbagliato. Quindi vedo favorevolmente l’adozione delle istanze federaliste nel centro sinistra ancora anni or sono seppur in un momento successivo alla Lega1

Veltroni non ha seguito questa linea rivelatasi fallimentare, ma ha assunto un programma tendenzialmente acchiappatutto, parlando di tutti i problemi, e facendo perno su quelli più grandi, quelli sentiti dalla maggioranza relativa di persone (aumentare i salari!) orientando la sua leadership a parlare a tutti. Così facendo ha compiuto una notevole sintesi politica e di linguaggio che gli ha consentito di raggruppare la sinistra (a parte quel fisiologico tre per cento che mai e poi mai vorrebbe governare). Il limite di questa impostazione, come di molte analisi che sto leggendo, è che non lavora ai margini.
Non ha senso analizzare il voto, come si legge quasi ovunque, considerando il 47 per cento e rotti del centrodestra come un corpo uniforme e omogeneo che si può descrivere in due paragrafi. Primo perché non è così la società, la società ha tante sfaccettature molto importanti e marcate: parlare di quel 47 per cento con gli stessi toni con cui nel novecento si parlava della borghesia industriale, ossia come un insieme omogeneo di idee, pensieri, comportamenti, significa non avere alcuna idea di come sia fatta la società contemporanea. Il secondo motivo è che se fosse vero, sarebbe impossibile vincere le elezioni. Per vincere le elezioni in questa società, non si deve rincorrere il voto mediano che è la solita media che non esiste, non si fa avvicinandosi in toni e contenuti all’immaginario omogeneo votatore del centrodestra. Le elezioni si vincono ai margini. Blair le ha vinte hai margini, Zapatero le ha vinte ai margini, George Bush le ha vinte ai margini, nonostante l’inchiostro sprecato per spiegarci che Bush era in sintonia con l’America profonda. Ma per piacere.

Non sono in grado di argomentare qualcosa in contrario e mi sembra plausibile.

Per vincere le elezioni bisogna convincere un 4-5 per cento degli elettori della destra a votare PD. Non bisogna convincere tutti, non bisogna parlare a tutti. Una volta che la sintesi del 33 per cento, zoccolo duro, sia stata fatta, certo ampia e moderna, certo non faziosa e certo nazionale, tutti gli sforzi vanno spesi non in messaggi generici o mediani, ma a convincere quel 5 per cento. A questo servono i professionisti e i sondaggi, e a questo serve la campagna per target. E anche a questo deve servire la riorganizzazione del PD: ad avere una struttura che sappia uscire fuori dai recinti e NON a parlare a tutti, NON a diventare più leghisti della lega, ma dopo che i professionisti avranno capito da chi è composto quel 5 per cento potenziale, a veicolare messaggi puntuali e provare a uscire per la prima volta dai recinti della sinistra, da quel 33-34 per cento che sembra invalicabile.

Mhm, sono perplesso per due ragioni. Primo il 4-5% basta se il PD continua a mantenere legati a se i voti dell’Italia dei Valori… Secondo, si, va bene i professionisti, il marketing politico, i targets… ma io come elettore sono disposto ad accettare che tu proponga quel messaggio solo se si accorda in qualche modo non troppo tirato per i capelli ai miei principi…

Forse nessuno dei voti della Lega è marginale, o forse solo una piccolissima percentuale, ma a naso queste cose non si fanno, ci vogliono sondaggi, focus group, e altre cose che fanno storcere il naso per ignorante snobismo gran parte del centrosinistra tradizionale, quello che sostiene la necessità di “parlare al Paese” (con la P maiuscola).

Bene io però non insegno alla LSE né sono un militante del Partito Democratico quindi posso permettermi di farlo a naso: è “ai margini” la metà circa dei voti della Lega e la totalità di quelli dell’IdV, che peraltro sono portatori di due messaggi conciliabili tra loro a patto di de-costruire il mito padano con le sue punte xenofobe e ri-costruire partendo da un federalismo razionale… ma ciò si concilia con il PD? Perché questo comincia ad essere il mio dubbio di fondo leggendo certe reazioni dello zoccolo duro del 33%…

Un’altra cosa che si può fare nel frattempo è iniziare a dire che il federalismo leghista è un principio del cavolo perché è solo un modo elegante per dar fiato ai provincialismi, alle clientele localistiche e alle pulsioni xenofobe. Che la cultura del merito e della responsabilità devono essere applicate ugualmente in tutto lo stivale e se le amministrazioni del Sud non funzionano, lo Stato le deve commissariare, altro che federalismo.

Qui sono proprio in disaccordo. Se le ampolle con le acque del Po sono indubbiamente stupidaggini, così come è una chimera fantasiosa quella roba chiamata Padania, non lo sono invece le differenze economico-sociali tra Italia del Nord e Italia del Sud, con qualche mediazione per l’Italia Centrale. Per quanto riguarda poi la storia dei commissariamenti, non mi convince affatto. Per ottenere responsabilizzazione mi sembra molto più ragionevole il modello delineato in Atlantide: una parabola sul federalismo di Charles B. Blankart e Erik R. Fasten (tratto dal sito lavoce.info). Ecco un brano tratto da quell’articolo.

Una condizione necessaria per la responsabilità diretta era che i confini della giurisdizione fossero organizzati sulla base del principio della coerenza istituzionale, cioè che la cerchia dei beneficiari coincidesse con quella di chi prende le decisioni e di chi paga le tasse cosicché nessuno potesse vivere sulle spalle dei vicini.

Ma torniamo a Simoni.

Che la cultura di Berlusconi è divisiva e punta alla parcellizzazione sociale totale, punta a schiacciare chi ha meno, a dare opportunità a chi le ha già, salvo un biglietto della lotteria ogni tanto.

D’accordo

Quella cultura politica non ci piace perché noi abbiamo valori molto diversi, e ora abbiamo tempo e modo di declinarli, facendo apparire chiara la nostra diversità. Per esempio dicendo che abolire l’ICI serve solo a spostare un altro po’ di soldi verso chi ne ha di più: a continuare la redistribuzione in atto da quindici anni che toglie ai giovani (che affittano casa e avrebbero bisogno di risorse in ricerca, sussidi, formazione) per darle ai vecchi (che sono proprietari di case). Questa non è un tema mediano, forse in media non è popolare, ma i giovani senza casa la capirebbero al volo e se ne ricorderebbero.

E’ vero che l’abolizione dell’Ici avrebbe un effetto regressivo e svantaggioso rispetto ai giovani. Personalmente però sono contento se verrà abolita (anche se so che poi i soldi usciranno da un’altra parte finché non vengono tagliate le spese…), chiunque lo faccia… l’ho sempre trovata una tassa ingiusta, visto che quanto le persone guadagnano viene già tassato e non vedo perché debba poi essere tassato anche quello che con quel guadagno hanno comprato per necessità e non per lusso o sfizio, magari facendoci sopra un mutuo pluridecennale. Certo solo il 16% dei giovani potrà godere dell’eliminazione totale, contro un 22% di potenziali beneficiari di una riduzione Irpef, c’è un 6% di scarto che andrebbe ricompensato in qualche altro modo, magari attraverso forti riduzioni d’imposta sulle tasse universitarie o sull’avvio al lavoro…

Ciò che invece mi lascia perplesso sul taglio dell’Ici è che sia il governo centrale a deciderlo…

Questo utile esercizio servirà probabilmente ad alienarci qualche Calearo, che non fa la differenza comunque, ma darà un profilo netto a quel 33 per cento. Poi, ad un anno dalle prossime elezioni, bisognerà concentrarsi su quel 5% da spostare, che normalmente non viene attratto da partiti e identità sbiadite (come durante le scorse elezioni, quelle che dovevamo vincere alla stragrande e poi abbiamo pareggiato), ma da idee decise e forti di sé.

Sinceramente, così come proposto qui, vi alienerà anche gente come me, ma io in effetti sono già un po’ alienato di mio e un voto non conta poi molto.


1 Ammetto però che la mia posizione a riguardo è variata negli anni partendo da una simpatia verso il federalismo anche in relazione alla simpatia per il progetto europeo, seguita da una breve fase di rigetto dovuta principalmente al modo in cui esso (non) è stato implementato in Italia, fino a direi una fase di stabilizzazione pro-federalista intervenuta nell’ultimo annetto con il superamento dell’idea dell’inviolabilità dell’unità nazionale.

I giornali titolano a lettere cubitali la vittoria di Berlusconi. Certo, la coalizione guidata da Berlusconi ha vinto, ma non ha vinto Berlusconi… ha vinto la Lega!

Guardando i risultati alla Camera si legge 33,17% per il PD, 37,38% per il PDL. Nel 2006 L’Ulivo prendeva il 31,27% mentre FI + AN prendevano 23,72% + 12,34% = 36,06%. Quindi il PD, ieri L’Ulivo, è cresciuto del 1,90% il PDL, ieri FI + AN, è cresciuto dell’ 1,28%. Considerando i flussi del famigerato voto utile direi che siamo abbastanza stabili. Andiamo poi ai risultati del 2001 nella parte proporzionale: FI + AN prendevano 29,43% + 12,02% = 41,45% e quindi rispetto ad allora oggi sono a -5,39%, DS + DL avevano invece 16,57% + 14,52% = 31,49% e oggi quindi sono a +1,67% spiegabile con l’apporto dei Radicali (nel 2001 al 2,24%).

In breve quindi Berlusconi, l’uomo del partito personale quello che nel 2001 da solo arrivava a sfiorare il 30% non ha vinto, ha dovuto fondersi con AN ed entrambi dalla fusione hanno perso qualcosa, anche se comunque sono riusciti come PDL a vincere abbastanza bene sul PD, ora bisogna vedere come la situazione evolverà al loro interno, ma è chiaro che questa è l’ultima volta di Berlusconi primo ministro (a meno che non faccia cinque anni di politiche davvero perfette…).

Ma chi ha davvero vinto è la Lega: 3,94% nel 2001, 4,58% nel 2006, 8,29% oggi. Questo si che è un trend positivo! Di Pietro per quanto sia andato in ripresa non è riuscito a tenerle testa: 3,89% nel 2001, 2,30% nel 2006, 4,37% oggi. Si noti tuttavia che la Lega ha preso un +4,35% rispetto al 2001 che corrisponde grossomodo al -5,39% perso da FI + AN (l’1% che manca ancora all’appello probabilmente si spiega con l’avvento dell’MPA in queste elezioni 1,12%).

Da tutto questo concluderei che
  • alla fin fine gli orientamenti di voto tra i due schieramenti sono sostanzialmente stabili;
  • Berlusconi è in discesa rispetto al 2001 e leggermente in ascesa rispetto al 2006, ma per ottenere questo piccolo recupero ha dovuto sacrificare una parte dell’impostazione personalistica del suo vecchio partito balenando la successione per Fini;
  • la Lega ha vinto, ma ha vinto all’interno del recinto di centro-destra;
  • il PD ha tenuto bene guadagnando pure qualcosa nonostante il non brillante governo da cui usciva;
  • Di Pietro ha recuperato parte dell’astensionismo grazie alla sua specializzazione nel settore delle giustizia, ora si spera che il PD colga il messaggio e al momento della fusione con l’IdV faccia le ultime pulizie che mancano in casa propria.

Quindi se in futuro il PD vorrà vincere dovrà pescare voti dall’altra parte. Per farlo secondo me deve puntare ai voti della Lega o meglio a quella parte di elettori stanchi del berlusconismo ma attirati dai due messaggi chiave di sicurezza e autonomia regionale, due istanze che si possono integrare nel PD senza perdere voti, quando invece l’anti-giustizianesimo berlusconiano porterebbe alla perdita dei voti portati da Di Pietro.

Mi prenderete per pazzo ma a me sembra che le elezioni siano andate bene. Ammetto che speravo che sia Di Pietro sia il PD prendessero ciascuno un punto in più ma comunque nel complesso sono andati bene e quando si fonderanno nei prossimi mesi diventeranno il primo partito italiano, sempre nella speranza che così si riescano ad allontanare quei residui di illegalità che ancora galleggiano nel secondo.

Ho letto e sentito poi vari commenti sull’esito di queste elezioni, riassumerò la mia risposta con un elenco di cose in cui non credo.

Non credo che Veltroni abbia fatto male a non demonizzare l’avversario, Berlusconi si demonizza già da solo di fronte agli elettori del PD e quindi non serviva granché a smuovere la base che già si è smossa da sola… e poi non avrei sopportato ancora questa menata del mostro…

Non credo che questo sia un paese di m**** solo perché Berlusconi e la Lega hanno vinto le elezioni. A votare quelli lì c’è andata gente che lavora e si fa il c*** dalla mattina alla sera e sarebbe meglio chiedersi perché questa gente vota in quel modo piuttosto che spalare m**** a casaccio

Non credo che la Lega abbia vinto al nord solo perché siamo tutti, o comunque in maggioranza, stupidi, ignoranti, gretti e razzisti. Per conto mio ha vinto perché ha individuato alcuni problemi reali e concreti dei cittadini, certo poi propone soluzioni demagogiche e disfunzionali ma perché i governi di cento-sinistra quando ne hanno avuto l’occasione quei problemi non li hanno risolti o magari li hanno addirittura aggravati come con l’indulto?

Non credo che questo sia o sarà un regime, certo Travaglio e Santoro verranno licenziati dalla RAI ma questo, per quanto mi dispiaccia visto che Annozero è l’unico prodotto televisivo che ancora guardo (via internet), non basta per fare un regime. Finché Travaglio non verrà messo in prigione perché ha detto la verità allora non sarà un regime, sarà una democrazia zoppa forse, ma anche la scorsa volta questa democrazia zoppa era comunque riuscita a disarcionare il grande cavalcatore… di femmine e di paure…

Non credo che il ridimensionamento della hard left sia questo gran dramma, scusate il mio cinismo ma possono sempre rivolgersi al WWF…

E ora veniamo ai problemi reali che PDL + Lega + MPA dovrebbero risolvere e che chissà perché mi sa che non risolveranno… quindi farebbe bene il PD + IdV a preparare già le soluzioni… e magari a proporle con leggi di iniziativa parlamentare SUBITO, prima ancora che il nuovo governo apra bocca.

La giustizia in questo paese non funziona ed è ineguale, quindi bisogna farla funzionare e renderla uguale per tutti, nel senso di punire tutti i criminali non di liberarli tutti però, eh quello non vale!

Come conseguenza del primo problema non risolto la gente ha paura e diventa razzista, ripristinare la giustizia quindi, punendo i criminali, italiani o stranieri che siano, non eliminerà del tutto il razzismo ma almeno lo confinerà nella riserva indiana dove stanno i fascisti e i socialisti

Ripristinata la legalità e confinato il razzismo bisogna anche aggredire il problema della disomogeneità socio-economica italiana. 60 anni di unità repubblicana non hanno risolto un bel nulla, anzi. A questo punto facciamo sto cavolo di Stato federale, ma federale davvero! Con tre Stati regionali: Italia del Nord, Italia Centrale, Italia del Sud. Con un governo centrale che si occupi di politica estera, di difesa e di rapporti con l’UE, con un parlamento centrale che promulghi standards (leggi) uguali per tutti ma lasciandone l’implementazione autonoma da parte degli Stati costituenti… tanto la qualità dei servizi dello Stato Italiano è già diversa da una parte all’altra della penisola, basta leggere le varie indagini internazionali fatte negli anni, quindi tanto vale lasciare che ogni livello di governo risponda in prima persona delle proprie carenze. Proviamo così per altri 50 anni e se non funziona neanche questo allora torniamo allo Stato centrale…

Ah poi bisogna ridurre il costo dello Stato, per esempio vendendo Alitalia al miglior offerente e senza metterci un soldo per salvare questo o quell’aeroporto, eliminando le inefficienze nella pubblica amministrazione e via dicendo, fatto questo si potranno abbassare le tasse. Ricordo che qui non vale abbassare le tasse ai più ricchi togliendo servizi ai più poveri perché così si ributta benzina sul problema della criminalità di cui sopra aumentando i costi per la sicurezza cioè dello Stato e creando così una circolarità…

Va be’ direi che si può chiudere qui, che dire: tanti auguri! Ci si risente tra cinque anni…

In questi giorni rimbalza tra i media main stream la notizia della crisi alimentare che sta investendo buona parte del pianeta, ovviamente quella più povera.

Ricordo una conversazione con Giovanna di qualche mese fa in cui le dicevo che secondo me attribuire i continui aumenti del petrolio a fattori congiunturali come si sta facendo da qualche anno a questa parte era quantomeno ingenuo, secondo me infatti è che l’aumento delle domanda dovuto all’espansione industriale asiatica ha semplicemente accelerato l’inevitabile: siamo al picco o giù di lì… Lei a quel punto si preoccupava dei trasporti e io le dicevo che il vero problema dovuto al progressivo esaurimento delle scorte di petrolio non sarebbe stato quello di trovare sistemi alternativi di trasporto o di riscaldamento ma di sfamare la gente.

Si perché per sostituire i sistemi di trasporto basati sui combustibili fossili si può usare l’idrogeno come vettore energetico, per produrre l’idrogeno si può generare energia attraverso le rinnovabili e tutto quello che non riescono a coprire le rinnovabili lo facciamo fare al nucleare__purché si diano una mossa con quello di quarta generazione altrimenti l’uranio finisce in meno di un secolo, e purché il sistema di Rubbia per smaltire le scorie funzioni. Ma per mantenere l’attuale livello di popolazione nel mondo (che poi entro qualche anno sarà di un paio di miliardi in più…) non esiste attualmente altro strumento che l’agricoltura industriale, cioè l’uso (massiccio) dei fertilizzanti, che guarda caso vengono dal… petrolio1.

Per questa ragione dicevo quel giorno che secondo me è folle continuare a bruciare petrolio e gas invece che tenercelo da parte con cura per mangiare, come ancor più demenziale è l’idea dei biocombustibili cioè l’idea di dedicare terreno coltivabile alla produzione di piante che producano a loro volta combustibile da cui ricavare energia in una macchina anziché cibo da cui ricavare energia in un essere umano…

A quanto pare in questi giorni abbiamo un assaggio di ciò che ci aspetta.


1 In realtà leggevo proprio ora che i fertilizzanti sono prodotti dal gas naturale ed eventualmente si possono produrre anche dall’acqua marina usando una qualche fonte di energia, quindi la mia tesi di fondo forse andrebbe riveduta

La settimana scorsa ho terminato la mappatura dei blogs dei candidati alla camera e al senato per le correnti elezioni.

Il vantaggio di aggregare i blogs in quel modo è che immediatamente risultano evidenti le carenze strategiche ed organizzative prima ancora che comunicative. Ora io non sono iscritto al Partito Democratico, anche se fino ad ora ho partecipato a tutte le votazioni interne che hanno organizzato (oltre al segretario e i costituenti qui a Venezia si è votato anche per i livelli locali), e ritengo di essere più utile sul lato della domanda che su quello dell’offerta. Intendo cioè mantenere la posizione di chi sul mercato cerca un prodotto e sceglie quello che gli pare migliore non già quello che a sua volta deve rivendere, e se proprio non trova niente di soddisfacente aspetterà che esca un nuovo prodotto all’altezza. Tuttavia vedere la mappa con tutti quei buchi mi da ugualmente un senso di dispiacere, penso perché in genere mi dispiace vedere le cose fatte non bene per non dire male…

Certo io aggrego solo blogs e solo blogs personali, diciamo che sono piuttosto strict in questo visto che il mio fine non è promuovere un partito ma consentire agli elettori di accedere a delle informazioni1. Se avessi compreso anche i blogs scritti dallo staff dei candidati e i siti web vetrina ci sarebbe stato più materiale. Ci sono delle ragioni però per cui non aggrego quel materiale, oltre al fatto banale che i siti web vetrina non hanno feeds:

  1. l’ordinamento cronologico del materiale nei blogs è intimamente connesso alla loro natura di narrazioni cronologiche o cronache: la parole inglese blog è una abbreviazione che sta per web log, dove web è usato in senso attributivo e sapete tutti che vuol dire e log sta per registro o diario, come il diario di bordo del capitano… James Tiberius Kirk… Bene questo sviluppo narrativo cronologico rende i blogs vivi, a differenza dei siti vetrina, che come tutte le vetrine le guardi una volta e poi basta ciao.
  2. la possibilità di lasciare commenti (personalmente considero degli pseudo-blog quei siti web che ordinano il materiale in maniera cronologica ma non consentono commenti), rende il blog interattivo e quindi ancor più vivo. Certo il grado di interazione dipende molto dal pubblico (su questo blog è tendente a zero visto che non scrivo cose molto interessanti :D ) ma comunque è una possibilità, una porta che viene aperta.
  3. il fatto che un blog sia personale infine fornisce informazioni circa chi lo scrive. Se si sa leggere bene un blog la personalità dell’autore comunque traspare, nonostante chi scrive abbia il completo controllo su cosa vuole o non vuole dire__ma già la scelta di cosa dire o non dire in pubblico e di come dirlo è latrice di informazioni circa la persona!

Per come la vedo io quindi un partito che voglia davvero comunicare con i propri cittadini attraverso la rete dovrebbe organizzare in maniera sistematica la propria presenza on the blogosphere. Non basta un sito internet di partito e qualche sito vetrina… serve che i candidati ai veri livelli elettorali aprano un blog, che lo aprano non appena sanno di essere candidati, che lo mantengano anche dopo e che lo scrivano loro, di loro pugno! Per carità il tempo è poco, è sacrosanto che se vengono eletti si dedichino principalmente al lavoro per cui sono pagati dai contribuenti… ma 15 minuti un paio di volte alla settimana per esprimere le proprie idee e renderle pubbliche quando si occupa una posizione di responsabilità pubblica in un luogo dove possono ricevere un feedback diretto dai cittadini… non mi sembra una perdita di tempo… E poi basterebbe che ciascuno di loro attirasse un centinaio di lettori per averne, complessivamente, migliaia… e così magari ci risparmieremmo il costo (pubblico) dei giornali di partito…2

Ma il problema non sono solo i (pochi) blogs: oggi poi stavo cercando un po’ di capire come funziona LinkedIn e ho trovato questo http://www.linkedin.com/in/barackobama, poi ho cercato linkedin + veltroni su Google e ho trovato questo http://www.linkedin.com/pub/1/992/042… Ora mi sembra che il cosiddetto digital divide qui sia manifesto in tutti i sensi…

Di nuovo, per come la vedo io, i candidati avrebbero dovuto avere tutti un profilo su LinkedIn, anzi aprire un profilo su questo genere di social-network dovrebbe essere raccomandato a chiunque si iscriva al Partito Democratico…

Ho anche accennato queste idee in questo thread sul ning del circolo PDObama. Anche se lì non ho scritto tutto quello che mi ronza per la testa e cerco ora di riassumere la mia idea principale, che a sua volta credo riassuma già una serie di idee che sono circolate e circolano sull’argomento.

Nome dell’iniziativa
Attualmente OpenPD, ma è solo per usare una qualche etichetta
Obiettivi
Diffusione della cultura informatica e “di rete” all’interno del Partito Democratico
Sviluppo di strategie comprensive di comunicazione cittadini-rappresentanti via web (sempre in riferimento al Partito Democratico)
Servizi e progetti
Sviluppo di una infrastruttura tecnologica OpenSource per la realizzazione dei due obiettivi precedenti attraverso la creazione ed il riutilizzo di vere e proprie applicazioni web
Redazione di raccomandazioni periodiche sul modo migliore di organizzare la comunicazione via web comprensive di materiale “didattico”
Aderenti e sviluppatori
un gruppo, possibilmente trasversale a più circoli e comprendente anche persone esterne, i famosi cittadini elettori non iscritti ad alcun circolo ma che si interessano del Partito Democratico, che ne sappiano qualcosa di web e di informatica o che almeno siano interessati all’argomento__molti circoli hanno il loro “tecnico/smanettone” di riferimento, così come molti deputati e senatori hanno i loro collaboratori “informatici”, ecco queste potrebbero essere le persone giuste da contattare, almeno all’inizio

1 A differenza però di altri come i tipi di openopolis io faccio il lavoro solo per un partito, questo è perché al momento la mia fiducia nell’altra parte tende a zero e di regalare loro centinaia di ore della mia vita proprio non mi va… 2 E non mi si venga a dire che in Italia quelli che si informano via internet sono pochi e molte persone non sanno neanche usare il computer, e menate simili. Le cose stanno così perché le classi dirigenti fanno scelte che mantengono il paese nell’arretratezza e siccome il paese è arretrato le classi dirigenti hanno una scusa per rimanere anche loro nell’arretratezza… bella circolarità…

EN IT ZH EU